Iperdomanda di azioni collettive e deficit di capitale sociale

Negli anni ‘90 ha conquistato una grande rilevanza nel sistema politico italiano la Lega Nord, un partito che in nome dell’autonomia “etno-regionale”, difende ad oltranza l’autonomia delle regioni “da Roma”, cioè dallo Stato; il potere regionale autonomo viene poi legittimato in termini di solidarietà basata sull’omogeneità etnica, sulla pretesa di dare al dialetto la dignità di lingua e sui privilegi attribuiti ai “nativi” nella distribuzione delle risorse territoriali. Questo soggetto politico “post-nazionale” imposta le sue lotte per il consenso sulla fomentazione della paura del diverso, sulla denuncia della minaccia dell’islamizzazione dell’Italia, sulla xenofobia camuffata come “bisogno di sicurezza” tipico delle classi medie delle piccole città; a volte ricorre ad una retorica del tutto estranea alla storia repubblicana del dopoguerra, ad esempio il leader parla “dei fucili pronti ad essere usati nella lotta contro Roma per una Padania libera”.
Per illustrare il livello di odio e di disprezzo verso gli stranieri che caratterizza la Lega Nord basta citare una frase, proferita dal sindaco Giancarlo Gentilini al raduno della Lega a Venezia il giorno 15 settembre 2008: “Macché moschee, gli immigrati vadano a pregare e pisciare nel deserto” (cf. La Repubblica, 23/9/2008).
Prendendo lo spunto da un episodio di cronaca – il 14 settembre 2008 i proprietari di un bar, padre e figlio, hanno ammazzato a sprangate un ragazzo africano che ha rubato da loro un po’ di biscotti - il settimanale cattolico Famiglia cristiana denuncia questa deriva razzista in Italia con parole allarmate: “Italiani brava gente, si diceva una volta. Oggi, a leggere certi recenti episodi di cronaca, sembra di essere diventati il Paese dell’intolleranza … Un atteggiamento che nasce dalla paura, dal bisogno di sicurezza, dall’inquietudine per il diverso … Sono saltate le forme di convivenza e i conflitti vengono risolti con la violenza … La città è fragile e lo è da un pezzo”.
I pregiudizi e gli stereotipi che sono all’origine di questa intolleranza, per quanto odiosi, hanno sempre un’origine razionale, utilitaristica, ovvero gli episodi di intolleranza sono delle risposte odiose a domande reali che non si possono aggirare. Nella riflessione che segue voglio analizzare le ragioni della nuova intolleranza, ovvero la connessione tra i processi di globalizzazione e i pregiudizi razziali ed etnici, la cui rinascita la rivendicazione dell’autonomia regionale, legittimata attraverso il richiamo all’identità etnica, necessariamente provoca.
Credo che la lotta per il riconoscimento delle lingue e culture indigene dell’America Latina, incontrerà, nel contesto della globalizzazione, le resistenze mosse dalle stesse ragioni come sono quelle che analizzo in questa mia riflessione. Ad esempio il giornalista brasiliano Clòvis Rossie osserva (Folha de São Paulo) a proposito delle recenti tensioni tra il governo centrale e i dipartimenti in Bolivia: “La lotta dei dipartimenti per l’autonomia (punto centrale della crisi) è una battaglia legittima che risale a prima dell’elezione di Morales e che oggi funziona da paravento per mascherare altre intenzioni. Lo dimostrano le dichiarazioni rilasciate da Jorge Chávez, uno dei leader del dipartimento ribelle Tarija, alla giornalista Flávia Marreiro: “Se sarà necessario, scorrerà altro sangue. Bisogna arginare il comunismo e far crollare il governo guidato da questo indigeno”.” Direi che il razzismo testimoniato da questa frase, è ispirato alle ragioni molto simili a quelle cui fa ricorso, nella sua lotta politica, la Lega Nord in Italia.
Nelle ultime elezioni la Lega Nord ha diffuso un manifesto molto eloquente nella sua peculiare ambiguità: vi vediamo l’effigie di un pellerossa americano con il diadema di piume in testa e sotto la scritta - loro non hanno potuto regolare l’immigrazione, ora vivono nelle riserve. La contraddizione che questo manifesto contiene è fondamentale per capire il cambiamento culturale, sociale e politico di questo ultimo decennio in Europa: siamo invitati ad identificarci con i vinti della “globalizzazione”, con gli abitanti indigeni delle Americhe, con coloro a cui gli immigrati-stranieri hanno negato i loro diritti e la loro identità - con i native americans. Questo invito ad identificarsi con la sofferenza degli indigeni delle Americhe deve servire a legittimare la negazione dei diritti e dell’ospitalità agli immigrati dal Terzo mondo, particolarmente dall’Africa, nelle nostre società.
Quali sono le ragioni di questo ritorno dell’etnicismo, di questa rivendicazione della solidarietà politica basata sull’omogeneità etnica, che sfocia in un neorazzismo reso particolarmente aggressivo dalla convinzione, intensamente condivisa, secondo cui “chi rischia di perdere nel processo di globalizzazione la patria e l’identità siamo proprio noi, gli abitanti del ricco primo mondo”? Quali sono le ragioni più profonde di questa ondata di rivendicazione dell’identità etnica contro gli immigrati dalle ex-colonie europee che in questa fase della globalizzazione ha pervaso gli Stati europei? Il richiamo all’identità etnica per legittimare l’esclusione dalla società degli immigrati visti come nemici mortali degli indigeni!
E’ nella contraddizione implicita nel citato manifesto elettorale della lega Nord che voglio iscrivere la mia riflessione sul contesto in cui oggi si situa ogni rivendicazione dell’identità, compresa quella dei popoli dell’America Latina. Le rivendicazioni dell’identità culturale ed etnica che provengono dall’America Latina e dall’Africa sono, infatti, destinate ad incontrarsi/scontrarsi con le contro-rivendicazioni dell’identità che il processo di globalizzazione ha suscitato in Europa e che in qualche misura pervade tutti gli stati e tutte le società del vecchio continente, seppur sotto forme diverse.
Per poter resistervi efficacemente dobbiamo comprenderne le ragioni, non basta rifiutarle come “irrazionali”.
Il processo di globalizzazione è caratterizzato da contraddizioni che non ammettono soluzioni, solamente una soglia di sostenibilità. Ogni comunità deve trovare, per sopravvivere nel contesto globale, le soglie di sostenibilità, coerenti con la qualità della società civile, l’efficienza delle sue istituzioni e la sua cultura politica. Ad esempio: cresce continuamente il numero di coloro che sopportano rischi ambientali e sociali molto alti (pensiamo al riscaldamento globale o alle conseguenze globali della recente crisi dei mercati finanziari, provocata dalle azioni egoistiche di pochi oligarchi finanziari), senza comunque avere il diritto di voto nei luoghi, dove si decidono le attività che producono questi rischi. Gli stakeholders ovvero coloro che hanno una posta nel gioco sono oggi l’umanità intera; si gioca però secondo le regole decise dagli shareholders, dai detentori dei titoli legali che garantiscono loro il diritto esclusivo di partecipare alle decisioni. A questa situazione, che è in contrasto con i valori su cui si fondano le costituzioni democratiche, esiste un solo rimedio: estendere il diritto di veto a tutte le potenziali vittime di esternalità. I costi sociali impliciti in questa soluzione sarebbero però insostenibili, tutti i processi decisionali subirebbero un insostenibile deficit di efficienza.
Questa è un’antinomia, ovvero un problema che non ammette soluzioni, ma solamente soglie di sostenibilità.
L’aspetto politico più rilevante della globalizzazione è la crisi generale del consenso democratico, dovuta al fatto che

(1) il mercato esaspera i mali pubblici (o “insicurezze” semplicemente) per ridurre i quali è necessaria un'azione collettiva globale (o piuttosto una moltitudine di azioni collettive “globali” - pensare globalmente, agire localmente) che però
(2 ) il mercato non riesce a promuovere.
Per chi guarda la Terra dal satellite, tutto il pianeta costituisce un common, e questa potrebbe essere la lezione più importante che uno spettatore attento può trarre dal documento di Davis Guggenheim The Inconvenient Truth, il cui tema è la lotta contro il riscaldamento globale del pianeta condotta dal premio Nobel per la pace Al Gore. Questa nuova visibilità dell'interdipendenza del vivente sulla superficie terrestre fa crescere la domanda di beni pubblici e dunque di azioni collettive, perché la fornitura ottimale dei beni pubblici può essere garantita solo per mezzo di azioni collettive.
La necessità di ridurre le conseguenze dei mali pubblici estremi come ad esempio del riscaldamento globale o della sicurezza nelle grandi città è solamente la cima dell’iceberg. In realtà nelle società globalizzate la qualità della vita dipende, in misura decisiva, proprio dalla capacità delle società di promuovere giorno per giorno le azioni collettive – come ad esempio la raccolta differenziata dei rifiuti, l’uso dei mezzi pubblici di trasporto, servizi sanitari accessibili a tutti e l’ordine pubblico nelle grandi città.
La conclusione che ne dobbiamo trarre è pessimista: date le caratteristiche dei beni pubblici, cioè l'indivisibilità e l'impossibilità di escludere qualcuno dal loro consumo, un attore razionale massimizza il suo utile come passeggero clandestino (free-rider), ovvero non partecipando all'azione collettiva, dato che dai suoi benefici non può essere escluso (Olson 1965). Il mercato non può garantire, di conseguenza, la fornitura ottimale dei beni pubblici o una protezione adeguata contro i mali pubblici. L’immigrato, o meglio “l’extracomunitario” come si dice in Europa significativamente, viene oggi rappresentato come l’incarnazione universale del free-rider, come passeggero clandestino per eccellenza, come parassita del nostro sistema sociale. E’ una rappresentazione scandalosamente falsa in un paese come Italia, storicamente afflitto da un uso parassitario dello Stato molto esteso e pervasivo.
Il problema principale delle società industriali avanzate non è tanto quello di produrre e distribuire i beni pubblici in quantità ottimale, quanto piuttosto quello di distribuire equamente le conseguenze dei “mali pubblici” come sono ad esempio il buco nell’ozono, i mutamenti climatici antropogeni, l'aria intossicata nelle grandi città, la gestione delle discariche o l'inquinamento delle falde acquifere. Le conseguenze negative di un male pubblico colpiscono tutti, nessuno può sottrarsi al pagamento dei costi, ad esempio “autoescludersi” dal respirare l'aria intossicata e dal bere l'acqua inquinata. Se i beni pubblici indivisibili creano i free riders, i passeggeri clandestini, i mali pubblici creano i forced riders, i passeggeri forzati a partecipare al viaggio alle cui “spese” non partecipano. Il “passeggero clandestino” (free-rider) è un individuo che trae vantaggi da un bene pubblico, fornito da un'azione collettiva, cui egli stesso non ha contribuito: ad esempio, evade le tasse ma continua a godere dei vantaggi della sicurezza pubblica, oppure non partecipa allo sciopero ma trae vantaggi dai miglioramenti economici che lo sciopero ha prodotto; non partecipa all'azione di ripulitura delle spiagge, ma ne trae vantaggio. Il termine “passeggero forzato” (forced rider) indica invece qualcuno che deve “partecipare alla spartizione dei danni” derivanti da un male pubblico, senza contribuire a produrlo e senza partecipare ai profitti che eventualmente apporta a chi lo produce. Tutta l'umanità sopporta i costi della crescita industriale dei paesi del G8, mentre i profitti sono monopolizzati da un’oligarchia molto ristretta.
Le deliberazioni politiche più urgenti riguardano, nell’éra dell’economia globalizzata, la ripartizione biologicamente, politicamente, socialmente e moralmente sostenibile dei mali pubblici, ovvero dei rischi che le economie “vincenti” scaricano su tutti gli esseri viventi sul pianeta Terra. I mali pubblici globali avanzano facendo crescere dappertutto le masse di “passeggeri forzati” (forced-riders).

Riassumiamo due punti costitutivi del concetto di azione collettiva:

(i) alcune azioni producono benefici privati e hanno costi pubblici, alcune altre hanno costi privati e producono benefici pubblici; i costi e benefici sono ripartiti fra tutti gli individui senza rispettare un criterio condiviso di giustizia;
(ii) vale in generale il principio per cui tutti gli individui razionali cercano di collettivizzare i costi e privatizzare i benefici (far pagare a tutti i propri vantaggi), per cui in un'economia di mercato i costi pubblici saranno alti e i benefici pubblici bassi; ne consegue che tutti gli individui staranno peggio di quanto potrebbero stare, se riuscissero ad organizzare un’azione collettiva efficiente.

Mancur Olson pubblica nel 1965 l’influente libro Logic of Collective Action. Public Goods and the Theory of Groups (Harvard University Press) in cui espone la sua concezione pessimistica circa la capacità delle società democratiche di promuovere le azioni collettive; egli sostiene infatti che in una società fatta di individui razionali (o self-interested) nessuno agirà nell'interesse collettivo a meno che:

(i) il numero di individui componenti un gruppo non sia piccolo;
(ii) o non vi siano incentivi o sanzioni capaci di spingere gli individui ad agire nell’interesse comune.
Se gli abitanti più colpiti dagli effetti delle emissioni inquinanti provenienti da una vicina fabbrica decideranno di contribuire tutti insieme all'acquisto di un filtro, l'individuo razionale massimizza il suo profitto come “passeggero clandestino”, visto che dal respirare l'aria più pulita non potrà essere escluso.

Dunque: per spingere gli egoisti razionali a partecipare alle azioni collettive bisogna introdurre vantaggiosi incentivi o temibili sanzioni. Naturalmente è possibile fornire anche la sicurezza pubblica a quote: gli abitanti di un quartiere possono decidere ad esempio di pagarsi la polizia privata che non interviene oltre un certo limite territoriale o a difesa di chi non porta sul bavero un distintivo. In questo caso però la “sicurezza” non è fornita in modo ottimale, dato che i confini del quartiere devono essere protetti il che limita la libertà di movimento di tutti i cittadini e per questo abbassa la loro qualità della vita.
La razionalità collettiva consiste nella capacità dei diversi gruppi di produrre e di mantenere efficienti i beni pubblici, dunque di organizzare le azioni collettive; queste richiedono però grandi investimenti di capitale sociale. Tra i diversi aspetti del concetto di capitale sociale, che occupa una posizione importante nelle analisi sociali ed economiche della globalizzazione, considero decisive, nel contesto di questa riflessione, le seguenti due: il capitale sociale come

(i) fiducia (societal trust), ossia l’aspettativa da parte di un attore sociale che gli altri cooperino con lui;
(ii) il capitale sociale come «virtù civiche» (civicness), ovvero come solidarietà ispirata ai valori morali diffusi in un dato ambiente sociale.

Il capitale sociale è l'insieme di aspettative e di valori che spingono l'individuo razionale ad agire nell'interesse collettivo piuttosto che massimizzare il proprio vantaggio. L'azione collettiva si realizzerà con più probabilità in quelle società che dispongono di un forte capitale sociale accumulato, cui far ricorso per motivare l'individuo a cooperare con gli altri per produrre beni pubblici, contro il suo interesse egoistico immediato. Il capitale sociale accumulato non è mai distribuito in modo uniforme in tutta la società, esistono minoranze ideologiche, morali o religiose che fanno da “massa critica” per certi tipi di azioni collettive e da freno per altri tipi; il capitale sociale può inoltre essere “buono o cattivo” in quanto la fiducia reciproca, la solidarietà o la prospettiva condivisa, utile per mettere in moto un'azione collettiva, scaturisce spesso dal fanatismo religioso o dall’omogeneità etnica, come ad esempio la mafia negli USA.

Il deficit di capitale sociale

In una società democratica ben integrata predomina il capitale sociale buono costituito da “societal trust” a da “virtù civiche”; il capitale sociale abbondante, abbassando i costi necessari per coordinare le azioni umane, costituisce la precondizione di una gestione efficiente dei commons. I concetti di “società civile”, di “competenza civilizzazionale” (Sztompka 1992) o di civicness sviluppato da Putnam (1993) si riferiscono essenzialmente alla capacità di una comunità aperta di organizzare un'azione collettiva (Walters 2002). Vale in generale la formula, secondo cui «minori sono i costi dell'azione collettiva, più alta è la qualità della società civile e, di conseguenza, più alta è la razionalità collettiva».
Ora il punto decisivo è questo: il processo di globalizzazione massimizza la flessibilità e la mobilità degli individui in tutta la società, disperde le comunità stabili ed omogenee che sono la fonte principale del capitale sociale e così distrugge il capitale sociale. La protagonista della globalizzazione è l'iperborghesia, ovvero coloro che traggono i benefici dalla deregulation planetaria dell’economia; si tratta di un soggetto collettivo che considera come semplici vincoli da sciogliere le risposte che lo Stato nazionale ha dato, lungo il suo percorso storico, ad una serie di questioni riguardanti lo sviluppo economico, ad esempio lo Stato sociale e i regimi di negoziazione collettiva fondati sulle forme istituzionalizzate di solidarietà nazionale. L’iperborghesia è sempre un parassita del capitale sociale altrui - paga le tasse dove queste sono più basse ma vive laddove la disponibilità di beni pubblici e la qualità della società civile sono più alti.
Propongo di formulare il paradosso che ne risulta sotto forma di questa antinomia della globalizzazione:

(i) la globalizzazione rende ipertrofica la domanda di beni pubblici e, di conseguenza, di azioni collettive; disperde però il capitale sociale necessario per organizzarle imponendo i livelli di flessibilità e di mobilità tali da indebolirne la fonte più importante – le comunità stabili ed omogenee;
(ii) per rimediare al deficit di capitale sociale, le comunità aperte degli stati nazionali tendono a chiudersi rinazionalizzandosi o rietnicizzandosi, come dimostra il successo dei partiti di destra localista e neo-nazionalista in Europa; la ricostituzione del capitale sociale si realizza così a scapito dell’universalismo democratico.

La crescente domanda di beni pubblici, indotta dalla globalizzazione, fa crescere il bisogno di capitale sociale che a volte assume la forma di “panico morale”, di angoscia di massa di fronte all’invasione dall’esterno, ovvero degli “extra-comunitari”. La risposta a questo bisogno è dunque una chiusura delle comunità aperte che mira a ricreare il capitale sociale pubblico rivendicando l’omogeneità etnica come precondizione della difesa dei beni pubblici e, di conseguenza, della qualità della vita.
Come definire una soglia di sostenibilità tra l'apertura delle comunità politiche moderne imposta dalla globalizzazione e il bisogno di “chiuderle” per ristabilire i vincoli di solidarietà (bounded solidarity) dispersi dalla globalizzazione? Il deficit di capitale sociale, superata una certa soglia, diventa insostenibile: per rendere la democrazia compatibile con la globalizzazione è urgente trovare una soglia di sostenibilità consensuale tra il bisogno di vivere in una società aperta e il bisogno di vivere in una comunità solidale, che dispone di un linguaggio condiviso e produttivo di fiducia, senza il quale diventa impossibile far fronte all’iperdomanda di azioni collettive.
Per comprendere le ragioni della nuova ondata del razzismo che colpisce i paesi dell’EU bisogna studiare questa antinomia nelle sue diverse espressioni. Essa rimanda all’importanza che ha acquisito nella società globalizzata l’azione collettiva, quale unico modo efficiente di produrre e proteggere i beni pubblici. La globalizzazione disperde la fonte principale del capitale sociale – l’omogeneità e continuità delle comunità stabili, dei vincoli di solidarietà e di cultura promossi dallo Stato nazionale e dalla religione civica condivisa; se manca il capitale sociale non possono formarsi le minoranze attive – chiamate “masse critiche” – che promuovono le azioni sociali addossandosene i costi iniziali.
Per rimediare al deficit di capitale sociale le comunità tendono a rinchiudersi territorialmente e a ri-etnicizzarsi, a volte su basi apertamente razziste – come è appunto il caso della Lega Nord in Italia o dei movimenti assimilabili in tutti i paesi europei.
Ho cercato di mostrare in questa mia riflessione che l’ondata del (neo)razzismo in Europa ha delle ragioni che non possiamo semplicemente dismettere come irrazionali e ignorandole. La nuova intolleranza è piuttosto un modo distorto di affrontare un problema vero, dovremmo dire. E il problema è questo: nelle società globalizzate cresce il bisogno urgente del capitale sociale, senza il quale non è possibile promuovere le azioni collettive urgenti e necessarie per la difesa della qualità della vita che, nell’era dell’economia globalizzata, dipende in modo decisivo dalla disponibilità dei beni pubblici. L’aumento del capitale sociale in risposta al panico morale che provoca il suo deficit, si realizza attraverso una chiusura delle comunità civiche su basi etniche, ovvero a discapito dell’universalismo democratico.
Per fermare questo circolo vizioso bisogna trovare una soglia di sostenibilità tra il crescente bisogno del capitale sociale, necessario per promuovere le azioni collettive capaci di garantire una qualità della vita accettabile ai cittadini delle disomogenee ed instabili società globalizzate, e l’universalismo democratico; il bisogno urgente e legittimo di aumentare il capitale sociale, non deve tradursi nella ricerca di una solidarietà, basata sull’arcaica omogeneità etnica e sulla brutale negazione dei diritti agli “immigrati extra-comunitari”.