Gli studi sulla traduzione hanno assunto negli ultimi decenni sempre più una rilevanza filosofica, nel quadro di un ampio dialogo interdisciplinare. Fra i protagonisti della riflessione contemporanea sulla traduzione merita di essere menzionato e indicato come un punto di riferimento il germanista francese Antoine Berman, prematuramente scomparso nel 1991, non ancora cinquantenne (era nato nel 1942).

Di lui si può ricordare la bellissima monografia L’épreuve de l’étranger. Culture et traduction dans l’Allemagne romantique, un lavoro dove emergono con chiarezza e vengono svolti con acume e profondità di pensiero gli interrogativi che la cultura tedesca si pone in quel momento cruciale della propria storia, a partire dal grande precedente storico che è la Bibbia luterana: che cosa è per noi la traduzione e il ben tradurre? in che misura il rapporto con l'estraneo è costitutivo della nostra identità nazionale? o esso rappresenta una minaccia? non dobbiamo piuttosto guardare a ciò che del nostro passato ci è diventato estraneo?

L'autore passa in rassegna il modo con cui affrontano questi interrogativi Herder e Goethe, i fratelli Schlegel, Humboldt, Schleiemacher e Novalis, osservando che essi delineano così una problematica che va ben oltre ogni metodologia e che sarà ripresa poi dai massimi esponenti della cultura tedesca fra Ottocento e Novecento, da Nietzsche fino a Heidegger, passando per pensatori così diversi come Lukács, Rosenzweig, Benjamin e altri ancora1).

I Romantici giungono a formulare una teoria della traduzione generalizzata: tutto ciò che concerne la versione di qualcosa in qualcosa d'altro. Incontriamo ciò che Jakobson nella sua celebre articolazione del concetto di traduzione, chiama traduzione intra-linguistica, vale a dire il tradurre nella stessa lingua (accanto alla traduzione interlinguistica e a quella intersemiotica). Si tratta di un fenomeno, osserva Berman, che si confonde con tutto ciò che è dell'ordine della metamorfosi, della trasformazione, dell'imitazione, della ri-creazione, della copia, dell'eco ecc. Il pensiero romantico cede alla tentazione di dare a questi fenomeni un fondamento speculativo nella universale affinità di tutte le cose, col rischio di cancellare le differenze. Eppure si tratta di fenomeni che corrispondono a qualcosa di reale, mentre ogni teoria della differenza pone il problema inverso: che ne è dell'area del trasformabile, del convertibile?

La traduzione in senso stretto (tra lingue diverse) potrebbe offrire il paradigma del problema: le diverse lingue sono traducibili, ma anche differenti, quindi in qualche misura intraducibili. La soluzione all’antinomia che l’autore intravede, a questo punto della sua ricerca viene espressa così: forse occorrerebbe articolare una molteplicità di teorie delle translazioni (includendo in questo concetto più vasto anche le traduzioni), rifiutando una teoria della translazione universale2).

Berman ci offre, così, una “archeologia della traduzione” che ci proietta verso i nodi tutti aperti della coscienza storica dell’identità e delle differenze, il grande tema del Novecento “traduttologico”.

“Tutte le teorie della traduzione elaborate in epoca romantica e classica in Germania costituiscono il terreno delle principali correnti della traduzione moderna occidentale […]. In questo senso, il nostro studio può apparire come un’archeologia della traduzione europea […]. Archeologia che appartiene a quella riflessione della traduzione su se stessa – insieme storica, teorica e culturale – inseparabile ormai dalla pratica traduttiva. Che la traduzione debba diventare una ‘scienza’ e un’ ‘arte’, come i Romantici di Jena pensavano della critica, è in effetti il suo destino moderno. Ma ciò innanzitutto vuol dire per essa: apparire, manifestarsi. La letteratura ha avuto, da due secoli, i suoi manifesti. La traduzione ha invece sempre abitato il non-manifesto. ‘La cancellazione sia il mio modo di risplendere’, ha detto una volta il poeta-traduttore Philippe Jacottet. Sì, da tempi immemorabili, è stata una pratica occultata e rimossa sia da quelli che la realizzavano, che da quelli che ne beneficiavano”.3) La Germania classica e romantica costruisce un’eccezione a questo occultamento e tuttavia ci ha offerto solo dei frammenti di una teoria della traduzione, che oggi tocca a noi riprendere e ri-pensare alla luce della nostra esperienza del Novecento, e possiamo aggiungere noi che, a differenza di Berman, abbiamo potuto vedere il nuovo secolo, delle prospettive, ancora incerte, del XXI secolo.

Il Novecento, secondo lo studioso francese, ha visto riproporsi il problema della traduzione, secondo diversi orizzonti. Innanzitutto, quello della ri-traduzione di opere fondamentali della nostra eredità culturale, dalla Bibbia ai grandi classici della letteratura universale. Ogni traduzione è destinata ad invecchiare: nuove traduzioni diventano necessarie. Nel Novecento questa questione è stato avvertita in modo particolarmente acuto, perché si avvertito da più parti, di fronte all’eredità biblica, ma anche a quella dei grandi pensatori e poeti che la potenza di interpellazione di grandi testi del passato era minacciata dalla loro stessa gloria (troppo chiarore oscura, troppo irradiamento esaurisce, osserva Berman) e da traduzioni appartenenti a fasi ormai trascorse della nostra storia. La traduzione diventa così “cura del pensiero” nel suo sforzo di rilettura della tradizione religiosa e filosofica.

Ma tale “cura” che caratterizza la traduzione noi la ritroviamo anche nel campo delle scienze umane, come la psicoanalisi, l’etnologia, la linguistica. Per la psicoanalisi è esemplare la ritraduzione di Freud in francese da parte di Lacan, come riapertura dell’accesso autentico ad un pensiero che rischiava di restare nell’ombra (paragonabile al lavoro di lettura-ritraduzione di Heidegger nei confronti delle parole fondamentali della filosofia greca). Ma la psicoanalisi ha un rapporto ancora più profondo con la traduzione, poiché nella pulsione a tradurre entrano in gioco tutti i rapporti che il traduttore e la comunità che egli rappresenta ha con le opere del passato, mentre queste, proprio per la loro problematica traducibilità, comportano una dimensione nascosta, una mancanza cui la traduzione intende supplire.

L’etnologia si interessa alla traduzione, dato che in essa si ripropone il problema del rapporto con culture altre ed essa incontra a suo modo la celebre alternativa che si pone al tradurre secondo Schleiermacher, posto come mediatore fra il lettore e l’autore: portare il lettore all’estraneo o l’estraneo al lettore4). L’etnologia contemporanea ci sollecita a guardarci dall’etnocentrismo e ad evitare la traduzione etnocentrica.

La linguistica poi incontra la traduzione sul terreno, che le è proprio, del linguaggio e delle lingue. Viviamo, sottolinea ancora il nostro autore, un’epoca in cui incombe la minaccia di una banalizzazione e uniformazione del linguaggio, ridotto a una non-lingua, mero veicolo di comunicazione, di cui è protagonista e vittima l’inglese, una non-lingua uniforme e appiattita, in cui peraltro proliferano, a mo’ di cancro, una moltitudine di lingue. Questa situazione inedita c’impone di ri-aprire i sentieri della traduzione, di stabilire un rapporto che non sia narcisistico né sia abitato da pretese di dominio con l’altro e le culture altre, di rialimentare le capacità di dire che è propria al linguaggio, promuovendo una maniera lucida di abitare e difendere Babele5).

Per tutto ciò la traduzione, afferma Berman, è diventata per noi un nuovo, indispensabile oggetto di sapere.

Berman prosegue le sue considerazioni con affermazioni, a mio avviso, decisive: “La linguistica non è solo una disciplina che indubbiamente si presenta come ‘scientifica’e le cui conoscenze resterebbero estranee alla nostra esperienza, ma è una certa percezione del linguaggio e del rapporto fra uomo e linguaggio, anche se non è, come la traduzione, un’esperienza. In questo senso, bisogna affermare che la traduzione non può mai costituire una semplice branca della linguistica, della filologia, della critica (come credevano i Romantici), dell’ermeneutica. Essa costituisce – sia che si tratti di filosofia, di religione, di letteratura, di poesia ecc. – una dimensione sui generis produttrice di un certo sapere. Ma questa esperienza (e il sapere che genera) può essere illuminata e in parte trasformata, da altre esperienze, da altre pratiche, altri saperi. Ed è chiaro che la linguistica, nel XX secolo, può arricchire la coscienza traduttiva; l’inverso è ugualmente vero”6).

La traduzione, dunque, come nuovo oggetto di sapere, ma anche come soggetto, come origine e fonte di sapere; come uno spazio di riflessione, che interagisce necessariamente con la linguistica e la teoria della letteratura.

Berman formula due ipotesi fondamentali: pur essendo un caso particolare di comunicazione interlinguistica, interculturale e interletteraria, la traduzione è anche il modello di ogni processo del genere. Il germanista rinvia qui a Goethe, e prospetta in questo modo la necessità di un incastro reciproco fra la teoria generalizzata e quella ristretta della traduzione, senza temere che in questo modo la traduzione propriamente detta perda la sua specificità, ma anche rifiutando di dissolvere (come erano tentati di fare i Romantici) la prima nella seconda. Il rapporto che lega la traduzione al suo testo originale è unico nel suo genere ed è proprio questa unicità che ne fa un archetipo (Ricoeur dirà un paradigma), assicurandone così lo spessore significante.

La seconda ipotesi è che la traduzione nell’ambito della letteratura, così come della filosofia e delle scienze umane, svolga un ruolo che non è semplicemente di trasmissione, ma costitutivo. Ed è appunto tale funzione che è stata occultata nella storia e che ora emerge (come il rimosso in senso psicoanalitico). La traduzione (ed è questa il punto più originale della posizione di Berman) comporta un rapporto a priori fra scrittura prima e scrittura seconda. Ciò significa che è immanente ad ogni opera il fatto di essere traducibile, vale a dire: degna di essere tradotta, che si può tradurre, che deve essere tradotta.

Questo principio, che può essere formulato con una tonalità esoterica, va colto, a mio avviso, nel suo senso pienamente storico. E’ il principio dell’interazione fra tutti i testi che costituiscono la civiltà, le civiltà letterarie; esso dice il rapporto necessario fra ogni parola nuova e le parole del passato, in campo filosofico e in quello delle scienze umane. E comporta comunque un lavoro di demistificazione, per portare alla luce ciò che era stato rimosso. Illuminante è il riferimento alla psicoanalisi, ma anche alla critica della traduzione etnocentrica (Berman menziona in proposito il critico palestinese Said e la sua decostruzione dell’ “orientalismo”). E in questo l’allora giovane studioso riesce a intravedere degli orizzonti che oggi è più facile per noi indicare, col fiorire degli studi post-coloniali, dei Cultural Studies e di quelli di genere7).

Ora, se su questo punto troviamo solo un accenno in questo testo che risale alla prima metà degli anni Ottanta, sono invece importanti i principi che l’autore enuncia: la teoria della “traduzione non etnocentrica” è simultaneamente descrittiva e normativa. Descrittiva, nella misura in cui analizza i sistemi di deformazione che pesano su ogni traduzione; normativa nella misura in cui le alternative che essa definisce rispetto al senso della traduzione sono vincolanti. Alternative che vanno molto al di là della tradizionale opposizione fra il senso e la lettera. Da qui Berman parte per riprendere il tema delle molteplici resistenze che si addensano attorno alla traduzione e parla di una rivoluzione copernicana che occorre compiere in traduttologia, rivoluzione che diventa nelle sue conclusioni una forte rivendicazione della possibilità e della necessità della traduzione di fronte al classico tema dell’intraducibile.

“Noi siamo, dal punto di vista linguistico, parlanti di fronte a una gamma d’intraducibilità. Ma, se ci si pone sul piano della traduzione di un testo, il problema cambia completamente. Ogni testo, non c’è dubbio, è scritto in una lingua; e, di fatto, la molteplicità dei termini menzionati, che appaia in una sequenza orale o scritta, resta in sé ‘intraducibile’, nel senso che un’altra lingua non possiederà i termini corrispondenti. Ma, sul piano dell’opera, il problema non è di sapere se questi termini possiedono o no degli equivalenti. Perché il piano della traducibilità è altro8).

Sarà la struttura del testo in quanto testo a suggerire le modalità di traduzione: il prestito, la creazione di un neologismo, l’omissione di un termine, la compensazione, lo sfalsamento, la sostituzione omologa9): non si tratta di ripieghi, come comunemente si crede, ma di modalità che definiscono il senso stesso di ogni traduzione letteraria, in quanto essa incontra un intraducibile linguistico o culturale e lo dissolve in traducibilità reale, basandosi su ciò che Efin Etkind chiama il “linguaggio potenziale”10) . “Per ogni lingua, si può postulare una corrispondenza rigorosa con un’altra lingua, ma a livello virtuale. Sviluppare queste potenzialità (che variano da lingua a lingua) è il compito della traduzione, che progredisce dunque verso la scoperta della ‘parentela’ delle lingue. Questo compito non può essere semplicemente artistico; presuppone una conoscenza estesa di tutto lo spazio diacronico e sincronico della lingua di arrivo”11). Quello che viene talora considerato “trasposizione creativa” inerisce all’operazione traduttiva nella sua realtà. Per questo la traduzione non è solo arte, ma anche esercizio di un sapere specifico.

La traduzione manifesta la parentela fra le lingue (e in un certo senso anche la produce attraverso l’operazione traduttiva illuminata dalla conoscenza delle lingue e dal sapere traduttologico).

L’épreuve de l’étranger è l’opera di Berman più nota, a livello internazionale, ma è lungi dall’essere il solo frutto di un’esistenza breve ma straordinariamente operosa.

In particolare ci può illuminare sull’auspicata rivoluzione copernicana in traduttologia il seminario tenuto nel 1984 al Collège de France, pubblicato una prima volta nel 1985 nel volume collettivo Les tours de Babel e poi come volume a parte: La traduction et la lettre ou l’auberge du lointain. Il titolo echeggia un’espressione che si trova in una canzone del trovatore provenzale Jauffré Rudel12). L’albergo nella lontananza è proprio la lingua in cui si traduce che diventa albergo dell’opera straniera, preservandone l’estraneità, in un gioco fra prossimità e lontananza.

Qui Berman espone con vigore polemico la sua tesi sulla traduzione letteraria come traduzione della lettera, non nel senso banale e consueto di traduzione letterale (che sarebbe piuttosto traduzione “servile”) ma come capacità di rendere la concretezza, la carnalità dell’opera, e non un suo senso disincarnato. Come fa, invece, il modello di traduzione prevalente, che privilegia il senso e cerca l’equivalenza a livello del senso, ignorando la lettera, modello che il nostro autore caratterizza come etnocentrico (perché tende a far dimenticare la lingua straniera in cui è stato scritto l’originale), ipertestuale (in quanto nel rapporto fra i testi imita, manipola, trasforma il testo originale, producendone un altro), platonizzante (perché separa il senso dal suo involucro corporeo).

L’Analitica della traduzione intende svolgere questa critica mostrando sistematicamente le deformazioni che quel modello di traduzione comporta. All’Analitica, come pars destruens, si contrappone una riflessione che invece delinea il tipo di traduzione che l’autore auspica e che qualifica come: etica (contro la traduzione etnocentrica), poetica (contro la traduzione ipertestuale), pensante (contro la traduzione platonizzante).

La traduzione allora si manifesta soprattutto come esperienza della verità dell’opera tradotta e come fedeltà a tale verità. La sua eticità consiste nel riconoscere e nel ricevere l’Altro in quanto Altro, di aprire l’Estraneo in quanto Estraneo allo spazio di lingua che è proprio a chi accoglie13).

Berman sottolinea che la riflessione si basa sull’esperienza del tradurre, intendendo per esperienza non la pura registrazione del dato empirico, ma un’esperienza vissuta (e forse si potrebbe aggiungere “sofferta”). Questa esperienza del tradurre si manifesta in talune traduzioni esemplari, che vengono esaminate nel seguito del libro (l’Antigone di Hölderlin, il Paradiso perduto di Chateaubriand, l’Eneide di Klossowski).

Anche se non possiamo entrare nel dettaglio, diciamo che le analisi di queste traduzioni sono semplicemente splendide, e ci regalano delle autentiche sorprese, come quando Berman mostra che nella traduzione di Milton da parte di Chateaubriand entra in gioco non solo il rapporto fra l’inglese e il francese, ma una terza lingua che è il latino, una latinità di fondo presente nell’inglese di Milton che il suo traduttore ottocentesco riesce a rendere nel francese, lingua essa stessa neo-latina. E’ quella che Berman chiama la lingua-regina. Ora, la presenza nascosta di un’altra lingua in quella alla quale apparteniamo, è propria anche alla scrittura: a lungo per la civiltà letteraria europea la lingua-regina è stata appunto il latino. Confrontando Chateaubriand con Mallarmé si coglie il fatto che la lingua-regina nel frattempo è cambiata: non è più il latino ma l’inglese.

“Se la scrittura letteraria si dispiega nell’orizzonte di una terza lingua gerarchicamente superiore, al contempo origine e doppio ideale della lingua materna, quella del traduttore si dispiega nell’orizzonte di una terza lingua che occupa, anch’essa, la posizione di lingua regina. Ne deriva, probabilmente, che ogni traduzione tende ad essere polilingue, che sia essenziale per un traduttore, tradurre o abitare più lingue, essere politraduttore. […] Forse la traduzione non è possibile, nella sua figura più compiuta, senza l’operazione nascosta di questa terza lingua che viene a mediare il rapporto fra due lingue in contatto. Può essere che, senza di lei, la lingua materna traducente non potrebbe mai aprirsi pienamente all’altra lingua”.14)

Come si diceva, sono analisi che ci colpiscono sempre per originalità e profondità. Eppure è difficile negare alla forza ermeneutica dell’autore una certa unilateralità, che non convince pienamente; sarà del resto, egli stesso a riconoscerlo negli sviluppi del suo pensiero, e almeno sopra un punto decisivo. Nel seminario sulla letteralità egli accusa, come abbiamo visto, il modello tradizionale della traduzione come appropriazione dell’estraneo di essere espressione di un imperialismo etnocentrico, e adduce come esempio canonico l’imperialismo romano.

Questo giudizio sulla romanità gli apparirà pochi anni dopo riduttivo, sicché lo riconosce e lo modifica, con indubbia probità intellettuale. Berman non solo fa ammenda dell’accusa formulata nel seminario, ma rovescia completamente la tesi, con un elogio della romanità quale vera radice della problematica della traduzione. “Senza dubbio il flusso di traduzioni è esistito nell’Antichità molto prima di Roma – ci sono state le traduzioni nell’area mesopotamica, la Bibbia dei Settanta ecc. La Bibbia dei Settanta è stata un evento – per gli Ebrei. Ma resta il fatto che solo a Roma, nella Roma pagana, poi nella Roma cristiana (una Roma in ogni caso dominata dalla religio) la traduzione a preso forma, figura, statura, se non ancora statuto e nome proprio”15).

Allorché Leonardo Bruni, nel secolo XV, crea la nuova forma umanistica della traduzione, che è la sua prima forma moderna prima di quella del romanticismo tedesco, creando contemporaneamente lo stesso termine di traduzione, continua Berman, lo fa a partire dalla totalità retorico - grammaticale della forma romana della traduzione, mentre il Medio Evo non aveva conservato di questa forma che il trasferimento del senso espresso nell’enunciazione, quel trasferimento che aveva caratterizzato col termine translatio. “Noi traduttori – questa è allora la conclusione - siamo e resteremo Romani, anche se è necessario per noi lottare contro alcuni aspetti della romanità dentro di noi; anche se in certa misura ci occorre diventare Greci ed Ebrei”16).

Questa citazione è tratta dall’opera elaborata nei tre mesi di malattia che precedettero la sua scomparsa e pubblicata postuma nel 1995 dalla moglie Isabelle, custode del suo lascito. Anche se il centro di quest’opera è dedicata a un’analisi, ancora una volta tutta da gustare e da ammirare, delle traduzioni francesi di John Donne, con riferimento a una specifica poesia Going to Bed, l’insieme dell’opera, le modalità della sua composizione e la prima parte rendono il lavoro un ulteriore, importante contributo metodologico ed epistemologico, grazie all’elaborazione del concetto di “critica delle traduzioni”. E l’analisi delle traduzioni di Donne assume ancora una volta valore esemplare rispetto alla teoria.

Il proposito di Berman in questa sua ultima fatica – un libro che, pur incompiuto, non ha eguale a mio avviso nell’ampia letteratura sulla traduzione - è quello di dare forma e regole alla “critica delle traduzioni”, sulla base di un concetto alto di “critica” che egli deriva da uno dei protagonisti del Romanticismo tedesco, Friedrich Schlegel, da cui desume anche l’espressione di “critica produttiva”, e ispirandosi per altri versi anche a Benjamin, Benjamin che, egli dice, è ancora innanzi a noi, ancora ci precede, non essendo stato ancora compiutamente recepito il suo insegnamento17).

Criticare significa giudicare e valutare, ma fondamentalmente portare alla luce il valore di verità di una traduzione. Occorre aggiungere che la traduzione comporta in se stessa un momento critico, soprattutto quando è ri-traduzione. Critica delle traduzioni è quindi critica di un’attività che è già critica. Allorché la traduzione è buona, eccellente, grande, la critica è produttiva, perché rinvia al lettore questa eccellenza o grandezza. Ogni traduzione, così come ogni opera ha sempre bisogno di essere riflettuta, “illustrata”, nel senso dantesco di questo termine18). Ma la critica è produttiva anche nel recensire gli errori di traduzione, nel chiarire le ragioni degli scacchi tradottivi e nel dare suggerimenti per una ri-traduzione. Da questo punto di vista, anche gli errori ci istruiscono.

Berman differenzia la sua concezione della critica della traduzione da due impostazioni diverse e opposte, l’uno è quello dell’esame impietoso delle traduzioni, rivolto a denunciarne errori, difetti, pregiudizi ecc., sulla base di una teoria del tradurre ben determinata: l’esempio più illustre è costituito dall’atteggiamento di Meschonnic, maestro del Berman, e spesso anche magistrale nelle sue critiche alle traduzioni altrui, ma che comunque, pur incarnando il momento negativo che è presente in ogni critica, finisce spesso per essere unilaterale e partigiano. L’atteggiamento opposto è quello “obiettivo” della scuola di Tel Aviv, fondata da Even-Zohar e il cui maggior rappresentante è Toury, e di studiosi che da essa sono stati influenzati, come il belga Lambert e la canadese Brisset. Tale scuola considera la letteratura tradotta un mero oggetto di studio scientifico dal punto di vista di una sociosemiotica della letteratura. Per questa impostazione la traduzione vera sarà quella adeguata in quel determinato momento storico, quella che viene accettata nella cultura di arrivo, quella che trasmette e integra l’opera straniera al polisistema letterario che la recepisce. Ciò appare al Berman, pur disposto a riconoscere l’importanza di questa scuola, storicamente falso e comunque molto lontano dal suo concetto di verità dell’opera e, dal suo punto di vista, incapace di rendere conto del soggetto traducente19).

A questo punto Berman propone il suo progetto critico, che s’ispira esplicitamente all’ermeneutica, nella forma sobria – egli dice – che questa assume in Ricoeur e in Jauss20).

Nel progetto bermaniano ha un grandissimo rilievo la lettura (donde certamente il suo interesse per Jauss, teorico appunto della ricezione). E’ un progetto che parte da un esercizio ripetuto di letture e di riletture, delle traduzioni, di cui si intende fare la critica, ma beninteso anche dell’originale. La lettura è giù una prima forma di interpretazione dell’originale, mentre è sempre questo lavoro di lettura che permette di selezionare un certo numero di passi significativi, di punti decisivi di una certa traduzione, da vagliare con un’attenzione particolare.

Ma prima ancora di iniziare la valutazione vera è propria, occorrerà interrogarsi sul soggetto traducente (chi è il traduttore?), non tanto nelle sue caratteristiche puramente soggettive, biografiche, professionali ecc., ma secondo tre fondamentali categorie ermeneutiche che sono la “posizione traduttiva”, il “progetto traduttivo”, l’”orizzonte traduttivo”, in altri termini – rispettivamente - l’idea che egli si fa della sua attività, le intenzioni specifiche che lo guidano, il contesto a partire dal quale il suo agire come traduttore assume senso (ma che è anche ciò che in qualche modo lo condiziona storicamente).

Solo allora si può avviare il confronto fra l’originale e la traduzione, confronto che terrà conto della forma dell’opera tradotta, di eventuali traduzioni precedenti, sia nella stessa lingua che in altre, dei passi precedentemente selezionati come significativi e delle zone del testo che appaiono problematiche o ben riuscite, della coerenza del traduttore col proprio progetto ecc., sapendo che ci saranno sempre elementi di difettività in una traduzione. E che in ogni caso entra in gioco la finitezza del traduttore. Inoltre un’analisi critica, in quanto lavoro di scrittura, deve rispondere a requisiti come la chiarezza dell’esposizione, la riflessività (la distanza critica dai testi oggetto dell’analisi), la digressività (il saper prendere spunto da esempi particolari per porre questioni di più ampia portata) e la commentatività (il fatto di assumere il carattere di un commento più o meno ampio o approfondito).

Ancora più interessante ciò che Berman dice a proposito del fondamento della valutazione che egli formula nel duplice criterio della poeticità e dell’eticità della traduzione. La traduzione è comunque produzione di un testo che deve in qualche modo rispettare l’originale. Da entrambi i punti di vista, produzione e rispetto, deve realizzarsi una corrispondenza fra la traduzione e l’originale, secondo la ricca polisemia ma anche l’indeterminatezza della parola “corrispondenza”. Da questo punto di vista, afferma il nostro autore, non ha senso dividersi fra sostenitori della traduzione source-oriented e sostenitori di quella target-oriented.

Da tutto il discorso di Berman emerge che il problema fondamentale di questo studioso è quello del rapporto fra la traduzione e la verità dell’opera, quindi della verità della traduzione stessa: direi che non è semplicemente una problematica epistemologica (il sapere della traduzione come sapere di tipo nuovo) ma una problematica alethica.

Il riferimento all’ermeneutica è pienamente giustificato e, aggiungerei, contraccambiato. Si pensi all’omaggio che Ricoeur rende a Berman nella chiusura del suo saggio, inserito in Sur la traduction, dove l’antica questione dell’intraducibile viene affrontata con la proposta della “costruzione del comparabile” – costruzione di passerelle, di ponti fra mondi culturali estranei - come operazione propria all’attività traducente21). A Ricoeur vogliamo lasciare l’ultima parola di questo saggio.

“Resta un ultimo intraducibile, che noi scopriamo attraverso la costruzione del comparabile. Tale costruzione avviene al livello del senso. [...] Ora, il senso è strappato dalla sua unità con la carne delle parole (mots), quella carne che si chiama la ‘lettera’. I traduttori se ne sono sbarazzati allegramente, per non essere accusati di ‘traduzione letterale’; tradurre letteralmente, non significa forse tradurre parola per parola? Quale vergogna! Quale disgrazia! Ora, eccellenti traduttori, sul modello di Hölderlin, di Paul Celan e, nell’ambito biblico, di Meschonnic, si sono scagliati contro il solo senso, il senso senza la lettera, contro la lettera. Essi abbandonarono il rifugio confortevole dell’equivalenza di senso, e si arrischiarono nelle pericolose regioni, in cui entrano in gioco problemi di sonorità, di sapore, di ritmo, di spaziature, di silenzio fra le parole, di metrica e di rima. La stragrande maggioranza dei traduttori resiste, e senza alcun dubbio, sul modo del “si salvi chi può”, senza riconoscere che tradurre il solo senso significa negare un’acquisizione della semiotica contemporanea, l’unità del senso e del suono, del significato e del significante, rispetto al pregiudizio che possiamo ritrovare ancora nel primo Husserl: pregiudizio secondo il quale il senso è completo nell’atto di “conferire senso”, la Sinngebung, che tratta l’espressione (Ausdruck) come un rivestimento esterno al corpo, che è in verità l’anima incorporea del senso, della Bedeutung. La conseguenza è che solo un poeta può tradurre un poeta. Ma, risponderei a Berman se vivesse ancora - ahimé, il caro Berman, che ci ha lasciato e che ci manca - gli risponderei che egli ha riportato di un grado più avanti la costruzione del comparabile, al livello della lettera; sulla base dell’esito inquietante di un Hölderlin, che parla greco in tedesco, e forse, di quella di un Meschonnic, che parla ebraico in francese... Allora, la traduzione “letterale”, che egli persegue secondo i suoi auspici, non è una traduzione parola per parola, ma lettera per lettera. Si era spinto tanto lontano quanto credeva, nella sua critica quasi disperata dell’equivalenza di senso a senso, dalla costruzione di un comparabile, di un comparabile letterale? La continuità della lotta contro l’intraducibile, sempre rinascente, non si legge forse nella prossimità dei due titoli successivi [di opere di Berman]:

L’épreuve de l’étranger (Gallimard, Paris 1984)

La traduction et la lettre ou l’auberge du lointain (Seuil, Paris 1999)?’’22)




1) Cfr. A. Berman, L’épreuve de l’étranger. Culture et traduction dans l’Allemagne romantik, Gallimard, Paris 1984, p. 59-60 (tr. it. di G. Giometti, La prova dell’estraneo. Cultura e traduzione nella Germania romantica, Quodlibet, Macerata 1997, p. 56).

2) Ibid., pp. 136-137 (tr. it., pp. 109-110).

3) Ibid., pp. 279- 281 (tr. it., pp. 225- 226). Vale la pena di sottolineare che i corsivi sono di Berman, che in nota cita, a proposito della cancellazione del tradurre, dopo Jacottet, anche un’affermazione inquietante di Mathias Claudius : ‘‘Wer übersetzt, der untersetzt’’, commentando : ‘‘Colui che traduce va a fondo. La traduzione è il regno dell’ombra’’.

4) A proposito di Schleiermacher ricordo che Berman tradusse la celebre conferenza del 1813 sui diversi metodi del tradurre, nel volume collettivo Les tours de Babel. Essais sur la traduction, T.E.R., Mauzevin 1985. La sua traduzione è stata poi ripubblicata, postuma, nel volumetto bilingue F. Schleiermacher, Des différents méthodes du traduire et autre texte, tr. di A. Berman e C. Berner, Seuil, Paris 1999.

5) L’épreuve de l’étranger…, cit., pp. 281- 289 (tr. it., pp. 226- 233).

6) A. Berman, L’épreuve de l’étranger…, cit., pp. 285-286 (tr. it., p. 230).

7) Per una prospettiva aggiornata degli sviluppi dei Translation Studies in relazione agli studi post-coloniali, culturali e di genere, si veda: Nation, Language, and the Ethics of Translation, ed. by S. Bermann and M. Wood, Princeton U. P., Princeton and Oxford 2005, e le sezioni IV e V della raccolta, a cura di M. Agorni, La traduzione. Teorie e metodologie a confronto, LED, Milano 2005.

8) Cfr. A. Berman, L’épreuve de l’étranger…, cit., p. 302 (tr. it., p. 242).

9) La compensazione è la soppressione di un termine x in un punto x del testo che viene sostituito dal termine y in un punto y del medesimo testo; lo sfalsamento è lo spostamento di un termine o di una struttura x da un punto x del testo in un altro punto y dove la lingua di arrivo può meglio accoglierli; la sostituzione omologa consiste nel sostituire un elemento x, letteralmente intraducibile, con un elemento omologo y.

10) Cfr. E. Etkin, Un art en crise: essai de poétique de la traduction poétique, Rencontre, Paris 1982, p. 8. Su Etkin si veda I. Oseki-Dépré, Théories et pratiques de la traduction littéraire, Armand Colin, Paris 1999, pp. 86-99.

11) A. Berman, L’épreuve de l’étranger…, cit., p. 303 (tr. it., p. 243).

12) A. Berman, La traduction et la lettre ou l’auberge du lointain, Seuil, Paris 1999 (tr. it. di G. Giometti, La traduzione e la lettera o l’albergo nella lontananza, Quodlibet, Macerata 2003).

13) A. Berman, La traduction et la lettre…, cit., pp. 73-74 (tr. it., pp. 61-62).

14) Ibid., p. 114 (tr. it., p. 95).

15) A. Berman, Pour une critique des traductions: John Donne, Gallimard, Paris 1995, p. 20

16) Ibid., p. 21. Per l’autocritica del precedente giudizio, che non a caso viene messo in relazione a una concezione di Nietzsche (com’è noto, in molti autori tedeschi, nell’epoca in cui prevalgono le pulsioni nazionaliste, l’esaltazione della lingua e della cultura greca va di pari passo alla svalutazione della latinità), vedi p. 18, nota 5.

17) Su Benjamin si veda del Berman il testo recentemente edito di un seminario tenuto al Collège international de Philosophie L’âge de la traduction. “La tâche du traducteur” de Walter Benjamin. Un commentaire, a cura di I. Berman e V. Sommella, Presses Universitaires de Vincennes, Paris 2008.

18) Ibid., p. 17, ma vedi anche pp. 96-97.

19) Ibid., pp. 50-63.

20) Ibid., p. 15.

21) P. Ricoeur, Un passage: traduire l’intraduisible, in Sur la traduction, cit., pp. 53-69. Il testo francese fu prima della sua pubblicazione in Francia presentato dal filosofo il 21 ottobre 2002 a Napoli, in occasione del convegno su “Il dono delle lingue” in cui gli fu conferita la cittadinanza onoraria della città: una mia traduzione italiana del saggio (col titolo L’intraducibile) si trova negli Atti del Convegno pubblicati dalla rivista “Studium”, n. 5, 2003, pp. 669-676.

22) Ibid., pp. 67-69 (tr. it., pp. 675-676).