L'elezione americana di Barack Obama nel novembre del 2009 è stata un movimento sociale, un evento mondiale con un seguito mai avuto in altre occasioni simili. Con freschezza e dirompenza, egli ha messo insieme elementi della cultura contemporanea, basata sul culto della personalità e della celebrità, con forme inedite e utopistiche di democrazia partecipativa; si potrebbe dire, simbolicamente, che egli è riuscito a combinare retorica e new media: la politica è sempre più integrata con il sistema mediatico, al punto da poter affermare che la politica è diventata comunicazione così come la comunicazione si è fatta politica, ed è su questo che Obama ha costruito la sua campagna elettorale.

Multimedialità collegiale e politica biografica

Le due espressioni più rappresentative della campagna elettorale del neo Presidente degli Stati Uniti sono state collegialità e processualità multimediale. Obama ha scelto non solo un modello organizzativo collegiale che prevede una distribuzione di poteri più equilibrata e ampia rispetto al precedente, attraverso una macchina elettorale maggiormente complessa, così da avere un continuo contatto con l’ambiente esterno – pur con le difficoltà che questo comporta -, ma, con la sua campagna è andato anche oltre l’idea del multi-tasking; egli non si è limitato ad attivare più processi paralleli contemporaneamente, ma ha fatto sì che questi avvenissero su diversi livelli e attraverso vari strumenti, ed è per questo che va definita campagna multi-media-taskingi: pur partendo dal mondo virtuale, Obama non ha dimenticato gli altri sistemi, facendoli comunque roteare intorno al web come satelliti.

Un’ulteriore novità sta nel rifiuto convinto alle espressioni di avversità politica: piuttosto che demolire l'avversario, utilizzando tecniche di marketing politico sofisticate e a-morali che servono a screditare l'avversario, preferisce parlare di sé, facendo leva sulle capacità personali e sul suo programma.ii Egli ha, così, favorito la ritualità del “con” a quella dei “contro”: è anche questa la cifra del lavoro di Obama, l’aver utilizzato la campagna non soltanto per “fare campagna”, ma anche per mandare un importante messaggio sociale, un messaggio di speranza e unità. Affinché ciò fosse efficace, egli ha trasformato la sua persona in un manifesto programmatico, che meglio di qualunque statistica o tesi avrebbe potuto convincere l’elettorato: la biografia diventa espressione ideologica.

Per far ciò, è evidente il ricorso alla pratica dello storytelling, forma di discorso multi- ed interdisciplinare che, utilizzando i principi della retorica e della narratologia crea racconti influenzanti capaci di realizzare quello che i sociologi hanno chiamato l'epoca narrativa. Questo moto narrativo è figlio del paradigma sociale postmoderno che favorisce il concetto di identità rispetto a quello di soggettività e genera saperi non più unici ma frammentati (condizioni fertili alla cosiddetta “svolta narrativa”).iii Pur non essendo stato il primo a farne ricorso, Obama ha colto meglio di altri lo spirito della società tardo moderna, la società dell'entertainment, bisognosa di eroi e miti piuttosto che di informazioni, e per questo, forte del suo talento di storyteller, è riuscito a far penetrare, con l'aiuto dei diversi mezzi di comunicazione, la sua idea, il suo racconto americano, a partire dalle sue origini, nelle menti dei cittadini. Attraverso un discorso di tipo emozionale e numerose citazioni biografiche, al limite del mitismo, egli si dimostra capace di rispondere ai caratteri fondamentali della dinamica culturale attuale, senza doversi allontanare necessariamente dalla realtà, ovvero senza addentrarsi in costruzioni virtuali funzionali al successo. Ciò che si ottiene è un discorso al tempo stesso positivo, attraente, innovativo, che parte dalle tradizioni leggendarie della storia americana, per arrivare al presente, attraverso un processo di adattamento.

Obama ha vinto (anche) perché è riuscito a raccontare la storia più bella, non cercando semplicemente di convincere, ma, soprattutto, di risvegliare emozioni e sentimenti, che si sono poi trasformati in voto; per questo, con Obama non possiamo che parlare di politica biografica: il programma di Obama è Obama.iv

Leadership e carisma

Grazie (anche) a questo, Obama è riuscito a diventare un vero e proprio leader. Il concetto di leadership politica, nell’era della personalizzazione, è più attuale che mai; la definizione di leader, però, è complessa, essendo l’oggetto dell’analisi particolarmente astratto. Il leader è colui che ha determinate competenze per aiutare e guidare un gruppo di persone a formulare idee e conseguire obiettivi condivisi, colui che riesce a magnetizzare gli altri, a catturare il favore dei seguaci. Un buon leader deve essere capace di mescolare sapientemente retorica, persuasione, storie di vita, intelligenza (contestuale ed emotiva), senso del tempo, visione progettuale e carisma. Egli dovrebbe avere un buona educazione e formazione, e, inoltre, deve avere una forte predisposizione per le amicizie superficiali, in grado di far sembrare queste speciali e profonde, oltre che autentiche: dei numerosi incontri fatti, vanno ricordati volti, nomi e situazioni, affinché anche una semplice stretta di mano non sembri troppo distaccata o disinteressata. Il leader ideale dovrebbe, quindi, infondere sicurezza e sincerità nell'altro, che si sentirà così vicino, oltre che accolto. Questo è quello che J. Nye ama definire soft power, ovvero la capacità di un uomo politico nel persuadere e convincere gli altri, senza però far uso della forza, cooptando piuttosto che costringendo. In realtà, non c'è un metodo che garantisce il leader vincente e ciò che conta non è soltanto l'aspetto soft del potere, che deve essere necessariamente accompagnato nelle giuste situazioni da un aspetto più duro, hard. La somma di questi due aspetti rende quello che il sociologo americano indica come smart power, ovvero un leader capace di mostrarsi intelligente e brillante, dolce e, al tempo stesso, autoritario, capace di influenzare senza sembrare un despota.v Obama sembra padroneggiare a pieno questo “potere intelligente”, dimostrandosi un leader di alta levatura: con uno stile caratterizzato da una grande coerenza e da una breve distanza fra il dire e il fare, Obama fonda la sua idea di leadership sull’importanza del saper vedere e andare incontro al cambiamento, avendo anche il coraggio di guidarlo. Egli, inoltre, non smette mai di ascoltare, comprendere e imparare caratteristiche che, insieme all’uso della coerenza e la pratica dell’etica, fondano la sua credibilità di uomo prima ancora che di politico. Il rischio è che lo smart power fallisca di fronte ai meccanismi della politica e alle difficoltà dell’attuale situazione mondiale: basato sulla strategia del consenso, e non sulla forza e sull’imposizione, si presenta, infatti, molto fragile, nonché dipendente dall’approvazione dei cittadini, al punto da poter condizionare profondamente l’operato del governo.

Il concetto di leadership si collega indiscutibilmente con quello di carisma. Sociologi, antropologi e politologi si sono, nella storia, più volte domandati in che cosa consistesse il carisma e che potere questo avesse all'interno dei diversi processi politici. Secondo la definizione data da Max Weber, ed ancora oggi considerata una delle più valide, il carisma rappresenta una qualità della personalità di un individuo che permette a quest’ultimo di elevarsi rispetto agli uomini “comuni” e ad essere considerato una persona dotata di poteri e qualità quasi sovrannaturali; in ragione di questi requisiti “divini”, l’individuo è trattato come fosse un’entità sovrannaturale.vi Obama, come tutte le persone carismatiche, ha dimostrato una straordinaria capacità di diffondere idee e argomentazioni complesse in messaggi semplici e diretti, ad esempio l'idea del “sogno”, che non è più del singolo, ma dell'intera comunità, di tutto il popolo americano (se non, visti i proseliti in varie parti del globo, addirittura mondiale). L'attesa nella realizzazione di questo vagheggiamento, che prende forma attraverso simboli, analogie, metafore e storie, genera, inoltre, una forma di identificazione, se non anche di divismo; già soltanto attraverso la sua fisicità, egli incarna questo sogno, simboleggiando la speranza ad esso legata. Anche lo stesso ottimismo, nonostante la presenza di una crisi economica e sociale, e l’aspra denuncia delle convenzioni contribuiscono a rappresentare l’attuale Presidente statunitense come un eroe che, infondendo fiducia e fede, vuole invertire la tendenza e ispirare il rinnovamento, attraverso l’appoggio della società. Il carisma genera, però, anche una serie di aspettative da parte “dell'altro”, da operare un vero e proprio spostamento: è il cittadino, e, nel suo insieme, la massa, ad attribuire determinare capacità e, soprattutto, a nutrire speranze nei confronti di un individuo che perde ogni responsabilità in questo; per questo, è importante, e ancora più difficile, che adesso il sogno non venga disilluso.

Il carisma di un individuo è soltanto uno degli elementi che può influenzare la scelta dell’elettore. Alla base del comportamento elettorale degli individui agiscono, infatti, tre diverse variabili fondamentali: oltre alle caratteristiche personali dei diversi candidati, bisogna tenere in considerazione l’identificazione partitica e il programma di governo. Riguardo il primo punto, Obama ha vinto perché è ha costruito la sua immagine su caratteristiche come intelligenza e empatia, oltre a presentare una chiara visione per il futuro, generando, così, una percezione più positiva rispetto a quella dell'avversario J. Mc Cain. L’identificazione partitica non ha subito particolari cambiamenti: nonostante sia la campagna elettorale di Obama che quella di McCain fossero chiaramente orientate a raccogliere consensi trasversali, presentandosi come innovativi e ben distinti dalle strutture partitiche, gli elettori hanno votato, in maggioranza, mantenendosi fedeli all'appartenenza di partito; la vittoria di Obama si è realizzata perché egli è riuscito a convincere un numero maggiore di elettori a votare, ma anche perché ha conquistato meglio il consenso dell'elettorato indipendente. Infine, con il programma di governo i candidati hanno la possibilità di convincere l'elettorato non schierato, ma anche quella parte di elettorato che, pur identificandosi in una precisa posizione politica, preferisce giudicare il programma prima di decidere definitivamente; naturalmente, i principali temi affrontati da Obama, come l'economia, il terrorismo o la sanità, sono stati fondamentali nel determinare la scelta.

Media campaign

Un ruolo fondamentale viene svolto dalla struttura comunicativa dei candidati presidenziali, che può condizionare realmente il comportamento di voto dei cittadini americani; per questo, è stata fondamentale la strategia comunicativa attuata da Obama e dal suo team.vii Innanzitutto, nel creare un rapporto “speciale” tra candidato e i diversi news media. Più di altri, il modello elettorale statunitense, proprio per la sua strutturazione (dal confronto interno per la nomination alla vera campagna elettorale), punta innegabilmente verso la personalizzazione e la leaderizzazione del politico. Ne deriva un particolare rapporto con l'industria mediatica e gli organi di informazione, fondamentalmente basato su due tecniche comunicative, l'imbonimento e l'aggiramento: nel prima caso, il Presidente, attraverso il suo staff dell'ufficio stampa cerca di creare un rapporto diretta con i diversi media, affinché questi si occupino di promuovere le notizie considerate “positive” per il governo, e, parallelamente, nascondano tutte quelle informazioni che possono generare effetti negativi sull'opinione pubblica; l'aggiramento, invece, si verifica quando la Casa Bianca prova a scavalcare i media, rivolgendosi direttamente e attraverso diversi strumenti ai cittadini, obbligando reti televisive e giornali a seguire gli avvenimenti e non a determinarli. Obama è riuscito ad operare contemporaneamente su entrambi i fronti, mantenendo un ottimo rapporto con stampa e televisione, nonostante gran parte della sua campagna elettorale fosse costruita sulle nuove tecnologie, ad essi concorrenti. In questa situazione di bilico tra due diversi “pianeti”, Obama ha, comunque, evitato di rovinare il rapporto con i mezzi di informazione, in particolare i grandi quotidiani americani, concedendo loro interviste ed indiscrezioni. Ma Obama ha capito che per raggiungere gli americani dappertutto e senza limiti era necessario comunque ricorre ad altri mezzi, in particolare al web; per questo, non si è limitato nel diffondere in maniera capillare notizie riguardanti la campagna o la posizione assunta riguardo differenti tematiche fondamentali attraverso il sito internet ufficiale e i diversi siti a questo collegati. Dettaglio emblematico di questa situazione, la scelta di inserire nella pagina principale del suo sito internet anche i collegamenti alle notizie prodotte dai media mainstream, parallelamente alle notizie prodotte “dall'interno” pubblicate nella sezione blog.

Ma una buona strategia comunicativa si fonda anche sui messaggi inviati attraverso manifesti e spot. Le campagne pubblicitarie sono, infatti, una delle più importanti fonte di informazione per gli elettori durante le competizioni elettorali. Ma, se in passato l’obiettivo era quello di coinvolgere e convincere il maggior numero possibile di cittadini, attraverso una pubblicità che fosse appunto “generalista”, oggi si preferisce puntare sulle nicchie, proponendo spot per loro appositamente ideati; i nuovi strumenti tecnologici, invece, vengono utilizzati principalmente per conoscere in maniera più semplice e immediata la risposta dei potenziali elettori e, nel caso, correggere il tiro.

Obama si è presentato innovativo anche in questo campo; egli, infatti, per cercare di raggiungere il maggior numero di individui, senza, per questo, gonfiare eccessivamente le spese, ha utilizzato piattaforme in rete come YouTube.com per diffondere spot in quantità massiccia e a basso costo. Negli spot realizzati, inoltre, si cerca di conquistare “cuore e cervello”, lanciando contenuti emotivamente coinvolgenti e, al tempo stesso, ricchi di informazioni il più possibile personalizzate, realmente interessanti per il fruitore. Ma la rivoluzione di Obama non sta semplicemente nella scelta di medium o nel messaggio inviato, ma anche nelle finalità del promo: la comunicazione mediatica promossa da Obama è stata fondamentalmente indirizzata ai sostenitori e a coloro già certi del loro appoggio, affinché questi potessero, invece, attraverso una comunicazione interpersonale, convincere gli elettori indecisi. Obama ha, inoltre, sovvertito la “regola dei 30 secondi”: egli, proprio grazie alla rete, ha compreso che i messaggi sound bites, dove lo slogan vale più dell’idea, hanno perso lo stesso impatto che potevano avere in passato; i cittadini, infatti, hanno dimostrato di fare largo uso delle piattaforme video online che permettono di visionare interi discorsi e comizi senza tagli o intermediazioni. È proprio per questo interesse mostrato che, il 29 ottobre 2008, a pochi giorni dall'apertura delle urne, il candidato democratico ha scelto di trasmettere su diversi network americani in simultanea uno spot-documentario intitolato “Barack Obama: American Stories”, dove illustrava, a coloro che non ne erano ancora a conoscenza, i punti salienti del suo programma presidenziale.viii

La forza delle parole

Obama ha dimostrato, fin dall’annuncio della discesa in campo, e in tutti i suoi discorsi – da quello sulla razza fino a quello dell’incoronazione – di saper fare un uso sapiente e raro del linguaggio. Il suo linguaggio è stato spesso paragonato a quello dei leader neri del movimento per i diritti civili, e, principalmente, Martin Luther King, che amava mischiare la poesia della speranza alla visione di un futuro diverso; rispetto a questi, però, dato anche il ruolo ricoperto, Obama non dimentica mai il contatto con la realtà e il presente: alle parole dell'ideologia più tradizionale, Obama sostituisce quelle della concretezza, che diventano, però, quasi mistiche, assumendo, dunque, caratteri tipici di discorsi dottrinali.ix Attraverso questa strategia comunicativa, egli si è mostrato “uno del popolo”, un individuo prima ancora che un politico; anche la scelta di far parlare gli elettori, ascoltandoli, lo disegna come una persona disponibile e aperta, un amico.

Confrontato con i precedenti Presidenti americani, Obama si pone in maniera originale innanzitutto nell'uso del linguaggio; il “maestro” di quest'approccio può essere considerato Aristotele. Nella sua accezione originale, il discorso retorico è considerato funzionale a persuadere il pubblico, in campo politico, ad un'opinione rispetto ad un'altra: diventano fondamentali fattori come la coerenza, la potenza, la suggestività e la forza psicologica.x Aristotele individua tre fondamentali momenti funzionali affinché la tecnica di persuasione sia incisiva:

  • . ethos: persuasione attraverso la personalità e la posizione, consiste nella volontà dell'oratore di dimostrare il proprio carattere, l'intelligenza e lo stile scelto, affinché questi aspetti lo rendano credibile agli occhi del destinatario del messaggio.
  • . logos: ragionamento come forma di persuasione, è il principio di convincimento attraverso l'utilizzo di argomenti che sembrano essere, o sono, logici.
  • . pathos: creazione di emozioni, passioni e connotazioni positive nelle menti degli ascoltatori, consiste nella capacità di suscitare emozioni tali da riuscire a modificare le decisioni del pubblico.

Secondo Aristotele, il ricorso alla logica è il modo più efficace per convincere, dato che se un argomento sembra logico è più difficile opporvisi, ma è comunque necessario e da non sottovalutare l'apporto degli altri due aspetti, ethos e pathos.

Analizzando la realizzazione pratica della teoria aristotelica messa in atto da Obama, è possibile individuare diversi aspetti interessanti. Riguardo l'ethos, per dimostrare intelligenza e virtuosità, il candidato presidenziale democratico ha fin da subito fatto ricorso all'autorità e al senso di saggezza che questa presenta, così da dare valenza e spessore alle idee sostenute; sempre al fine di guadagnare credibilità, Obama ha fatto largo uso nei suoi discorsi di pronomi come “I” e, soprattutto, “We” (io e noi), che comportano un senso di responsabilità da parte del relatore, dimostrando la volontà di contribuire personalmente e attivamente alla causa sostenuta (nel caso della prima persona singolare), avvicinando tutti coloro che vorranno stare dalla sua parte (nel caso della prima persona plurale).

L'appello al ragionamento logico del pubblico è la principale caratteristica persuasiva di un discorso; la ripetizione dello stesso concetto e il frequente uso dell'anafora e dell'epistrofe servono, appunto, a dimostrare efficacemente la validità dell'idea sostenuta, a convincere le persone che è necessario un cambiamento concreto nella direzione enunciata.

Il pathos costituisce il punto di forza della strategia retorica di Obama, che cerca ripetutamente, attraverso i suoi discorsi, di risvegliare le emozioni del pubblico: oggi, infatti, non si parla più semplicemente di opinione pubblica, ma, insieme a questa, di emozione pubblica, dato che si è compreso come non sia sempre e soltanto la razionalità a determinare il comportamento degli elettori; le parole utilizzate, come “country/patria”, “freedom/libertà”, “hope/speranza” creano, così, immagini mentali ben precise negli ascoltatori, che portano ad avere un alta considerazione di ciò che Obama è e faxi: è la cosiddetta “retorica della speranza”.xii

Il fattore “Internet”

Tra i diversi mezzi utilizzati da Obama per comunicare e farsi conoscere, Internet è sicuramente fondamentale, innanzitutto per l’approccio originale intrapreso. È difficile stabilire quanto questo preciso fattore abbia determinato la vittoria del candidato democratico; sicuramente, all’origine di questa vittoria, non soltanto digitale, c’è un’importante intuizione di Obama, che ha compreso che oggi una campagna fondata esclusivamente sulle logiche pubblicitarie caratteristiche della comunicazione di massa non avrebbe potuto portarlo alla vittoria: egli è, dunque, partito alla ricerca di nuovi paradigmi, conscio del ruolo attivo e non più soltanto ricettivo della fruizione mediale. Fin dalla sua candidatura, Obama ha costruito la propria “casa” sul web puntando su concetti come partecipazione, comunità, impegno diffuso e dialogo continuo, più di qualunque altro candidato di entrambi gli schieramenti: egli è riuscito a mettere in piedi una vera e propria digital companyxiii, ispirata al modello dei social network.

È ormai appurato, riguardo gli effetti di Internet sulla partecipazione politica, che l'accesso e l'esposizione alla rete può aumentare la conoscenza politica e, come conseguenza, incentivare l'affiliazione politica. L'utilizzo del web non è solo uno strumento di intermediazione tra le attitudini e la partecipazione, ma, ricercando informazioni in rete o svolgendo altre attività interattive nutre le motivazione personali con conseguente impatto sulla partecipazione politica. Le aree di applicazione della rete come strumento di organizzazione e di mobilitazione, prima ancora che di comunicazione, sono essenzialmente quattro: la raccolta di fondi, la diffusione “virale” di contenuti di vario genere, l’impiego di volontari online affinché facciano pressione ai media tradizionali, la costruzione di reti sociali, virtuali ma soprattutto reali, sul territorio. Gli strateghi del candidato democratico hanno cercato di mantenere, dall'inizio alla fine, un filo che facilitasse la transizione dall'impegno on-line a quello off-line, puntando sull'iniziativa del singolo o, al massimo, dei piccoli gruppi di persone, e non delle grandi organizzazioni. Questo perché Obama ha capito che l'elettore non vuole essere passivo, come non lo è più neanche nell'intrattenimento, ma, conscio del suo potenziale, cerca soltanto qualcuno che valorizzi il suo contributo civile; oggi è possibile dare al cittadino la possibilità di esprimersi attraverso il web: i nuovi media non sono il messaggio, ma lo strumento per agevolare l'accesso alla politica che diventa, così, semplicemente un'altra espressione del sé, dove al centro non c'è più il candidato, ma l'elettore. Obama non si sposta semplicemente in rete, ma vive in rete, o, come direbbe M. Castells, nella “Galassia Internet”, così come molti giovani delle nuove generazioni.xiv

Sociologi e politologi hanno, infatti, sottolineato come le elezioni americane del 2008 siano diventate una sorta di ibrido in cui la linea di demarcazione tra on-line e off-line, tra reale e virtuale, tra cultura popolare e cultura civica si assottiglia fino a diventare pressoché invisibile: stiamo, infatti, assistendo alla transazione verso una nuova fase di sviluppo della società umana, dove le nuove tecnologie non si limitano più ad una semplice rappresentazione/riproposizione della realtà, ma intervengono, talvolta anche direttamente, reinventandola o modificandola secondo nuovi principi; la cultura civica, travolta da questo processo di trasformazione, diventa cultura di massa: pur essendoci una diffusione mass mediatica come per altri mezzi di comunicazione, come la televisione, Internet si basa sul concetto di inform-azione, ovvero unisce il momento dell’apprendimento con quello dell’azione – nelle sue differenti forme di espressione – “ in difesa” della società. Quest’evoluzione è rappresentata, ad esempio, dalla diffusione dell’“informazione passaparola”, attraverso i social network come Facebook.com o Twitter.com, e del “giornalismo verticale”, attraverso siti internet come Politico.com o Huffingtonpost.com, forme di informazione basate proprio sull’idea di collaborazione collettiva e diffusa. Il motivo di tanto successo dell'informazione in rete consiste nella possibilità di accesso ai vari tipi di materiale riguardanti la politica senza alcun filtro, alla maggior scelta di news e video che spesso non hanno spazio nei media tradizionali, televisione in primis, e, soprattutto, al processo di convergenza verso il web che sta interessando i mezzi di comunicazione tradizionali.

I maggiori fruitori, ma anche responsabili, di questa rivoluzione telematica sono indubbiamente i giovani, che considerano le diverse piattaforme come una componente chiave per la loro esperienze politica online. Chi maggiormente ci ha guadagnato dall'uso sempre più diffuso di queste tecnologie sono stati, senza ombra di dubbio, i democratici, perché è stato proprio il loro partito a riconoscere per primo e in diverse occasioni il lavoro fondamentale svolto dai blogger, dando loro per la prima volta un riconoscimento ufficiale.

Le elezioni Usa del 2008, al di là delle nuove dimensioni politiche e comunicative che hanno in varia misura determinato, sembrano aver delineato anche nuove frontiere per l’editoria dell’informazione; nel momento di crisi che sta attraverso l'editoria internazionale, infatti, la sola ancora di salvataggio potrebbe essere proprio l'e-nformazione: mentre la rivoluzione dei contenuti dà la possibilità di distribuire, adattandolo, lo stesso contenuto su diverse piattaforme, la totale de-gerarchizzazione delle notizie permette di contare su migliaia di citizen reporter distribuiti in qualunque parte del globo, battendo sul tempo e più economicamente (spesso, anche qualitativamente) i diversi corrispondenti.

Ma, da un vantaggio, può nascere anche un problema: un’eccessiva distribuzione, personalizzazione e frammentazione delle notizie potrebbe avere conseguenze rilevante sulla comunità, al punto da minare la sua stessa esistenza;xv verrebbe meno, infatti, un supporto fondamentale, che contribuisce a generare l’essenza stessa di un collettività, nutrendo, al contrario, le già forti correnti individualistiche. Per quanto rigidamente costruiti e “imposti”, oggi giornali e telegiornali danno agli utenti una base comune sulla quale poi relazionarli e confrontarsi; al contrario, la rivoluzione in atto, pur permettendo la scelta non soltanto della fonte ma anche della notizie all’interno di un vasto catalogo, rende difficile il rapporto con l’altro, venendo a mancare una base condivisa dalla totalità. Come sostenuto da Bauman, questo processo di individualizzazione della società non sembra essere frutto di una scelta, ma vero e proprio “destino” degli individui, senza alcuna alternativa. In quest’ottica, l’individuo diventa il peggior nemico del cittadino, poiché fa sì che la comunità sia sempre più effimera, precaria e sfaldata; si parla, quindi, di “comunità guardaroba”, o “comunità carnevalesca.xvi Le nuove forme di informazione potrebbero, dunque, alimentare questo processo, offrendo ai lettori illusori “obiettivi comuni” sul quale unirsi, compattarsi o ritrovarsi.

Sia lo scenario apocalittico che quello favorevole sono, però, ancora lontani: nonostante le innegabili trasformazioni, il processo è ancora in corso ed è impossibile prevedere quale forma assumerà, alla fine, l’informazione.

È evidente, però, come oggi i candidati alle elezioni non abbiano più il controllo esclusivo delle diverse informazioni che vengono inviate al pubblico di potenziali elettori, dato che ciascuno di questi può a sua volta produrre e diffondere a costo contenuto materiale autonomamente e artigianalmente prodotto, non soltanto in forma scritta ma anche audio e video. Piuttosto che cercare di arginare questo fenomeno, Barack Obama ha deciso di cavalcarlo: ad esempio, l'idea di base della campagna di Obama sull'utilizzo di YouTube è stata quella di documentare il percorso attraverso il paese del candidato democratico, caricando i discorsi tenuti durante il percorso e video-interviste ai cittadini riguardo le proposte di governo, oltre ai “dietro le quinte” e gli incontri informali con lo staff. La scelta di pubblicare innumerevoli filmati sulla piattaforma YouTube ha trasmesso la sensazione di essere continuamente presente, con messaggi politici il cui costo di pubblicazione e diffusione, oltretutto, è pari a zero, o comunque inferiore rispetto alle tariffe praticate dai network televisivi. Grande importanza è stata data ai video prodotti dai volontari e sostenitori del candidato democratico, a cui spesso è stata data la stessa rilevanza dei video “ufficiali”: il loro fine era far sentire libero e partecipe l’elettore e, al tempo stesso, consegnare al video-spettatore più punti di vista tra cui scegliere.

Obama ha dimostrato come YouTube vada preso seriamente in considerazione, ma soltanto con un impegno cospicuo di risorse economiche e professionali nella fase produttiva. Questa piattaforma di condivisione libera di filmati è, infatti, la prova che oggi Internet ha il potere e la forza di influenzare l’agenda pubblica, tele-visiva e non solo: per la prima volta nella politica è stato più importante, nel determinare idee e orientamenti, il popolo di YouTube piuttosto che i classici opinionisti di programmi televisivi o editoriali di quotidiani.

Non si può, però, parlare di YouTube senza analizzare il ruolo dei social network, come FaceBook, MySpace e Twitter, durante tutta questa campagna elettorale. Nell'era attuale dell'oversharexvii, dove anche le informazioni più personali e private vengono diffuse e condivise attraverso blog e social network, la partecipazione politica non si svolge più nei luoghi politici tradizionali, ma, invece, si radicalizza nelle diverse reti di relazioni della vita sociale quotidiana. L'idea di costruire la campagna elettorale sfruttando il potere dei social network era ben pianificata da Obama: egli si è servito dei social network per ribaltare il classico paradigma del gocciolamento dall’alto, le classi agiate, verso il basso, le masse, stimolando una riorganizzazione dal basso che possa poi determinare concretamente cambiamenti in alto. Attraverso l’uso sapiente del social network nella realizzazione di una rete di supporto politico, l’attuale Presidente degli Stati Uniti d’America non ha creato nulla di nuovo, ma ha, invece, recuperato forme di interazione considerate ormai estinte: Obama ha compreso l'antica forza del “passaparola”, è l'ha adattata ai nostri giorni attraverso i vari social networking, che hanno dato visibilità alle sue idee e alla sua figura di leader proprio attraverso la diffusione uno-a-uno, piuttosto che la tradizionale uno-a-molti; ha recuperato, così, il concetto classico di leader di opinione, facendo leva in particolar modo sui cosiddetti “individui influenti”, ovvero coloro che hanno un particolare ascendente su amici e conoscenti e che, dunque, possono facilmente convincerli a votare un candidato piuttosto che un altro.xviii

Se negli ultimi decenni si era verificato un progressivo allontanamento dei cittadini dagli apparati partitici, decretando la fine del fenomeno di militanza che aveva caratterizzato la politica per secoli, con Obama si è recuperato il valore dell’attivismo e del coinvolgimento civile, pur passando dal tradizionale militante di partito al più attuale volontario politico-civile svolto attraverso le reti sociali sul web: le persone preferiscono un impegno saltuario e legato a progetti specifici, che condividono appieno, piuttosto che impegnarsi in maniera continua, condizionando, così, la vita di tutti i giorni. Inoltre, venuto meno il legame tra partito ed elettore, è più probabile che un’eventuale mobilitazione sia legata ad un candidato specifico, capace di conquistare razionalmente ed emotivamente i cittadini. Per questo, si può considerare Obama come il primo vero rappresentante del postmodernismo elettorale, dato che è riuscito a comprendere al meglio il valore e la potenzialità delle nuove tecnologie, riuscendo a recuperare, seppur trasformato, un rapporto - quasi - diretto con gli elettori; non si modifica, però, soltanto il rapporto tra politica e cittadini, ma cambia il ruolo stesso di quest’ultimi, che si sentono realmente attivi e capaci di poter contribuire più o meno direttamente alla gestione della “cosa pubblica”. Obama ha, infatti, imposto l'idea di società dell'impegno condiviso, dove ogni singolo cittadino è davvero elemento attivo e può davvero contribuire al miglioramento generale.

Se è vero che il supporto dei social network può costituire un indicatore addizionale da non sottovalutare per prevedere il successo elettorale di un candidato, è altrettanto vero che l'utilizzo di Facebook, però, non implica necessariamente un successo elettorale: è fondamentale, affinché questo avvenga, coltivare un rapporto duraturo con queste tecnologie, non legato solamente alla campagna elettorale, altrimenti l’esito potrebbe essere paradossalmente controproducente; il cittadino, infatti, potrebbe sentirsi preso in giro, quasi raggirato, e generare un sentimento di odio nei confronti del politico che l’ha “utilizzato”.

Oltre la rete

Fin dall’inizio della campagna elettorale, Barack Obama è stato definito “il candidato di Internet”, per essere uscito dall’anonimato proprio grazie alla rete e per aver utilizzato in maniera consapevole ed innovativa le numerose dinamiche che il mondo del web offre ai suoi utenti. In realtà, per non cadere nello stesso errore di altri politici in passato, egli non si è confinato in un solo “territorio”, Internet, dimenticando gli altri mezzi di comunicazione e il contatto con la vita quotidiana: nonostante la rapida crescita di Internet come fonte informativa, la televisione rimane il principale strumento utilizzato per questa funzione, in particolar modo nelle persone più anziane e meno avvezze a ricorrere alle nuove tecnologie.

Obama non ha vinto perché ha sfruttato i social network o, più in generale, le potenzialità del web 2.0, ma perché ha costruito, grazie a questi, una rete sociale fondata su idee concrete e condivise, capaci di catturare il favore di molti cittadini americani. È possibile quindi definire Obama come un avatar diventato realtà, dato che, pur partendo dal mondo virtuale, non si è confinato nell'illusione che Internet possa, da solo, far vincere un'elezione.

L'unicità del modello Obama

Proprio perché innovativo, efficace e multimediale, il sofisticato modello messo a punto dal team di Obama ha scatenato l’ammirazione da parte di politici – e non – di tutto il mondo, che ne hanno immediatamente cercato di rubare l’essenza. In realtà, non è detto che la riproduzione della struttura messa in piedi da Obama sia facilmente attuabile da altri individui, dato che il modello presenta delle caratteristiche a monte che ne rende difficile l’applicabilità, perlomeno conforme, anche in contesti differenti. Tralasciando la storia, il carisma e il programma di Obama, evidentemente irriproducibili, ritengo che il modello da lui impostato sia difficilmente ricreabile a causa di tre importanti variabili: la particolarità del sistema elettorale americano, il ruolo delle classi sociali emarginate e la questione dell’accesso.

La difficoltà della replicabilità del modello messo a punto da Obama risiede, innanzitutto, nella particolarità del sistema elettorale Statunitense, erroneamente considerato presidenziale; la Costituzione, infatti, prevede che i cittadini designino, secondo un principio estremamente maggioritario, i cosiddetti “grandi elettori”, rappresentanti politici che, collegati ai diversi candidati alla presidenza, nominano successivamente il Presidente degli Stati Uniti. Questo meccanismo, di indirizzo federalista, è necessario date le dimensioni del territorio statunitense; inoltre, si può considerare praticamente unico al mondo, dato anche il ruolo delle istituzioni partitiche, poco più che marginale; in Europa, invece, i partiti hanno ancora una funzione fondamentale nell’organizzazione del potere politico, a maggior ragione in quegli stati, come l’Italia, in cui non vige un sistema elettorale presidenziale: affinché, quindi, si possa verificare un movimento simile anche in Italia, è necessario un mutamento del sistema politico che ne consenta anche solo il tentativo.

Un altro fattore fondamentale che ha condizionato la vittoria di Obama è da rintracciare nel ruolo delle classi sociali emarginate, non soltanto la comunità afroamericana, ma anche donne e giovani. Durante tutta la campagna, si è soffermati in particolar modo sulla strategia messa a punto dal team democratico, sottovalutando, però, gli individui che hanno permesso questo successo. La vittoria di Obama è anche, e soprattutto, la vittoria degli afroamericani, delle donne e dei giovani, classi sociali, solitamente emarginate all'interno della società, che hanno, invece, avuto un ruolo fondamentale in questa campagna elettorale. Se le donne, probabilmente mai così convinte come questa volta, hanno compreso e dimostrato di poter decidere davvero e di avere un ruolo politico attivo, impegnandosi in maniera decisa per il candidato democratico, è soprattutto il fattore “razza” che ha dimostrato l’inizio di una nuova fase. Obama è il simbolo della post-America, il culmine di un'evoluzione che ha determinato l'America del nuovo millennio: se in quelli precedenti aveva colonizzato il resto del mondo, diffondendo cultura e stile di vita, oggi si ritrova colonizzata da sud americani, asiatici, afroamericani ecc. che, attraverso il fenomeno di melting pot, si sono inseriti tra la popolazioni a stelle e strisce, mutandone e arricchendone l'essenza. Non si può parlare più di supremazia della cultura bianca, soppiantata da l'emergere di una nuova cultura definibile addirittura meticcia, che rende gli Stati Uniti il più grande contenitore di popolazioni e differenze. La storia di Obama ha dimostrato anche come i giovani non sono necessariamente narcisisti e autoreferenziali; con la diffusione dei social network come forme di impegno e partecipazione politica, la cosiddetta “Me generation” si starebbe trasformando in una “Generazione Noi”: mutata la situazione internazionale e diffusosi il concetto di precarietà, non soltanto lavorativa, la popolazione più giovane, quindi dinamica, innovatrice e combattiva, si starebbe, contraddicendo l’andamento degli ultimi anni, riavvicinando alla politica, una politica non ideologica, ma strettamente correlata ai problemi concreti. Sono, in parte, anche loro i responsabili della vittoria di Obama, che aveva sposato la condivisione collettiva fin nel linguaggio (We invece che I), rappresentando un ingranaggio basilare della macchina elettorale. Tutti e tre questi gruppi hanno partecipato attivamente alla campagna elettorale, sostenendo Obama, un meticcio afroamericano, ha dato voce ai ceti sociali fino ad oggi rimasti ai margini della politica; il risultato non è stato soltanto un incremento evidente del numero di votanti appartenenti a queste tre categorie sociali rispetto alle competizione passate, ma, soprattutto, l’inizio di una nuova cultura democratica.xix

È evidente che un processo sociale del genere sia difficilmente riproducibile in Italia: le donne, nonostante i progressi, rivestono tutt’ora un ruolo politico marginale, sottomesse ad un resistente sistema patriarcale culturale prima ancora che familiare; gli afro-americani, insieme ai cinesi, arabi, ecc., non soltanto non si possono considerare realmente integrati nella società, ma stanno subendo, negli ultimi anni, soprusi sintomo di un contemporaneo razzismo latente; infine, i giovani soccombono schiacciati dalla gerontocrazia della politica, che chiude, più che in altri paesi, qualsiasi possibilità di azione da parte di questi.

Un’ultima questione, probabilmente la più importante, che condiziona fortemente l’esito di una campagna elettorale impostata sulla rete riguarda l’infrastruttura e l’accesso. In realtà, il discorso è particolarmente complesso, perché attraversa tematiche tecnologiche quanto culturali: con l’espressione digital divide, infatti, non si indica soltanto la differenza tra individui o classi sociali nell’accesso fisico ad Internet, ma anche la capacità effettiva nell’utilizzo dei nuovi strumenti. Il digital divide non è, quindi, unico, ma al contrario presenta diverse forme di manifestazioni. Un primo stadio di divario tecno-sociale si ha tra paesi ricchi e paesi poveri del mondo: se i primi, economicamente e tecnologicamente avanzati, hanno le possibilità per fruttare le opportunità date dalla rete, i paesi del terzo mondo sono completamente tagliati fuori da questi processi, data la loro drammatica situazione sociale prima ancora che tecnologica; l’utopia di una globalità della rete è ancora fortemente distante dalla realtà. La questione del digital divide non si esaurisce, però, nel confronto tra i diversi stati, ma esistono ulteriori dimensioni che lo caratterizzano. Un secondo stadio riguarda gli squilibri sociali, culturali e politici interni ad ogni singolo paese; dal punto di vista sociale, il digital divide potrebbe diventare un ulteriore fattore di discriminazione tra individui, che potrebbe avere come conseguenza estrema l’emarginazione dalla “comunità”; tralasciando il fattore anagrafico, comprensibile dato l’approccio dei giovani generalmente proposito verso le nuove tecnologie, sembra essere fondamentale, oltre al fattore reddito, anche il fattore istruzione, che vede favoriti coloro con una preparazione più elevata. La predominanza nella popolazione del tubo catodico persiste, anche se attenuata, nonostante siano passati diversi anni dall’ingresso di Internet nella società. Un terzo aspetto, puramente politico, concerne il dibattito, tornato di grande attualità, sulla democrazia elettronica e va oltre il problema della diffusione delle nuove tecnologie: riguarda, infatti, la possibilità che tutti i cittadini siano nella condizione di accedere ai servizi offerti dalla rete e abbiano il diritto di esprimere una propria opinione o proposta. Da questo punto di vista, diventa importante saper padroneggiare il mezzo e conoscerne il linguaggio e la struttura; il contributo che le nuove tecnologie potrebbero apportare al sistema democratico, verso l’idealizzata democrazia elettronica, non può essere, infatti, considerato se non si risolve l’annosa questione dell’accesso: affinché si possa realizzare una reale democrazia partecipativa, è necessario che tutti i cittadini abbiano la possibilità di utilizzare le nuove tecnologie della comunicazione e dell’informazione. A questo punto è, però, difficile prevedere come questo problema possa essere realmente risolto; riguardo a questo aspetto, i sociologi tendono ad assumere posizioni profondamente differenti: se per la lettura ottimista la diffusione delle nuove tecnologie, con conseguente aumento della circolazione di informazioni, ridurrà il divario tra i cittadini (seguendo un processo di normalizzazione delle disuguaglianze), la lettura pessimista sostiene che, invece, le nuove tecnologie incentiveranno questo dislivello, marcando gli estremi (sostenendo il cosiddetto modello di stabilizzazione delle disuguaglianze); tra queste due opposte visioni, si colloca la lettura scettica che non attribuisce alle nuove forme tecnologiche nessun potere di mutamento sociale.xx Ciò che è ormai condiviso è che l’impegno principale per un superamento del digital divide debba partire dalla creazione di una cultura di Internet capace di permeare la cultura del mondo nella vita di tutti i giorni, non investendo semplicemente nelle infrastrutture, ma anche realizzando gli strumenti per utilizzare Internet al meglio. È sempre più evidente come il divario digitale sia un problema serio e attuale: contrariamente alla classe politica italiana (ma si potrebbe anche dire europea), Obama ha compreso quanto il fattore digital divide possa essere determinante anche nella comunicazione politica; per questo, il cambiamento, così come da egli promesso, passa attraverso la sua risoluzione: proteggere la libertà della rete, incoraggiare il pluralismo, aprire le potere del governo ai suoi cittadini, sviluppare le ultime infrastrutture della rete sono soltanto alcuni dei punti principali del programma tecnologico messo a punto dal candidato vincitore.

Oggi è difficile che si possa avere un “nuovo Obama” in giro per il mondo; nonostante questo, coloro che verranno dopo di lui dovranno necessariamente tenere conto della novità ideologica, politica e sociale, soprattutto perché gli individui hanno pienamente compreso come la loro azione politica possa essere davvero attiva e determinante: adesso non si potrà più tornare indietro, ma soltanto andare avanti.

(Attra)verso l'e-democracy

Alla soglia del ventunesimo secolo, numerosi esponenti di diverso indirizzo e professione hanno annunciato il decesso del senso civico, nelle diverse forme che questo può prendere, dal volontariato alla partecipazione politica. Un fattore scatenante di questa crisi era stato individuato nel progressivo evolversi dell'individualismo come forma anti-sociale. In realtà, questo collasso, così come illustrato, non si è verificato; piuttosto, c'è stata una trasformazione del valore di socialità, che è rinato attraverso i progetti partecipanti che prendono forma nella rete: il fenomeno Wikipedia, l'enciclopedia virtuale, ne è la dimostrazione, perché fonda la sua esistenza proprio sulla partecipazione degli utenti. Internet è, infatti, una rete, non soltanto tecnologica ma anche sociale, e, in quanto tale, vive attraverso il rapporto che si instaura tra i diversi utenti; se da un lato, il web sembra erodere le convenzioni sociali millenarie, dall’altro riesce a ricreare una concezione di gruppo ormai desueta. Il punto di forza di Internet risiede proprio nella capacità di creare un rapporto paradossalmente intimo e diretto tra utenti, che li porta a prender parte a forme di associazionismo o, più semplicemente, a partecipare ai vari dibattiti che si articolano nei diversi siti e forum. Fino al 2008, però, la partecipazione politica non era stata ancora contaminata da questi elementi, sia per lo scarso utilizzo di questo medium da parte degli uomini al potere, ma anche, e soprattutto, per la mancanza di un figura talmente carismatica che, oltre a comprendere il potere della rete, fosse anche capace di mettere in modo un nuovo movimento sociale e culturale. Obama, invece, comprende fin da subito, grazie al suo istinto, che ricostruire la cittadinanza attiva attraverso il web poteva essere una chiave di successo nella scalata verso la Casa Bianca; egli ha capito che non è più possibile cambiare la società dall'alto, mentre è, al contrario, realistico che sia proprio questa, da sola e dal basso, a modificarsi ed evolversi. Per raggiungere quest'obiettivo, Obama non si è soltanto messo in contatto con i cittadini, ma ha messo quest'ultimi anche in contatto tra loro, con l'obiettivo di costruire non una semplice campagna elettorale, ma un vero e proprio movimento sociale; basta una semplice iscrizione e si entra a far parte di un nuovo mondo, una rete dove i “fan” possono auto-organizzarsi, gestire eventi virtuali, realizzare campagne per raccogliere fondi ecc. Con questa tecnica, Obama è riuscito a stabilire un rapporto simbolico, oltre che linguistico, tra leader e cittadini-utenti, accorciandone la distanza e generando tra questi una forma, per quanto fittizia e illusoria, di intimità. Nell’analizzare queste particolari forme di azione, il massmediologo H. Rheingold ha coniato l’espressione smart mobs, masse intelligenti, sottolineandone la capacità organizzativa, di elaborazione delle informazioni, di creazione di contenuti e condivisione dei valori.xxi È chiaro come il percorso intrapreso vada, inevitabilmente, verso l’istituzione di una e-democracy.

Se l'innovazione della stampa ha determinato la nascita delle prime democrazie sociali e la diffusione della televisione ha, invece, trasformato queste in democrazie di massa, è importante chiedersi quali effetti potrà avere Internet nel determinare la forma politica contemporanea. Oggi la rete si presenta semplicemente come fenomeno sociale, ma è realistico pensare che possano esserci implicazioni di tutt'altro genere; la più rilevante è proprio quella della e-democracy, o democrazia elettronica. È difficile dare una definizione univoca di e-democracy, date le diverse interpretazioni e forme che questa ha avuto negli ultimi anni; si possono, però, individuare tre dimensione che tendono, generalmente, a caratterizzarla: in prima istanza, l’idea di democrazia elettronica corrisponde all’ampliamento delle opportunità di accesso di informazioni e servizi disponibili al cittadino; la seconda dimensione, invece, riguarda la cosiddetta comunicazione verticale, ovvero la possibilità, per il cittadino, di interagire con le istituzioni, attraverso proposte e giudizi sulle azioni del governo; infine, in terza istanza, anche la comunicazione orizzontale, ovvero la creazione di uno spazio pubblica virtuale per il confronto e la discussione politica dei cittadini, costituisce un aspetto fondamentale se si persegue la realizzazione di una democrazia elettronica. Se questi tre fattori costituiscono la base per una reale e-democracy, è evidente come questa si accompagni a concetti come la trasparenza, l’accessibilità, la dialettica (con assoluta libertà di parola).

Ma la strada verso la piena realizzazione di una democrazia elettronica è lunga e tortuosa. Un primo passo verso la realizzazione di questa tipologia di democrazia è l’applicazione di forme di e-government, ovvero l’attuazione di un processo di informatizzazione della pubblica amministrazione al fine di ottenere un'ottimizzazione del lavoro dei dipendenti e, parallelamente, una semplificazione nell’accesso ai servizi per i cittadini; anche se diversi Stati nel mondo si stanno avviando in questa direzione, non si può comunque parlare di democrazia elettronica partecipativa, dato che viene a mancare uno dei presupposti fondamentali, l’interazione attiva del cittadino. Per favorire quest’ultima, è necessario rendere disponibile degli strumenti “elettronici”, che possono essere diversi e numerosi; ad oggi, i più diffusi sono le mailing list, o liste di discussione, i gruppi di discussione, i forum di discussione e, infine, le chat, unica forma di discussione in modalità sincrona. Questi, in realtà, sono modelli comuni nella vita in rete, semplicemente adattati alle finalità della politica; non è da escludere, che, nel percorso verso il raggiungimento dell’utopica e-democracy, si sviluppino nuove forme di partecipazione uniche e appositamente concepite.

È difficile prevedere il futuro, e capire se e con quali conseguenze riusciranno a prendere forma delle democrazie elettroniche. Un rinnovamento della democrazia, così come si è caratterizzata fino ad oggi, è, però, dato il mutamento sociale, culturale, politico – o più in generale umano – ormai inevitabile.xxii In questo processo di trasformazione il cittadino ricopre un ruolo fondamentale, perché avrà la possibilità di determinare il tipo di organizzazione che la politica dovrà assumere; è, quindi, fondamentale un ritorno all’azione da parte dei cittadini, affinché questa rara opportunità non venga sciupata. Barack Obama ha indicato una via, adesso sta a noi scegliere se percorrerla.


Note

i Antonio Sofi, Barack Obama. Dalla tv al web (e ritorno), Apogeo WebZine, 31 Ottobre 2008.

iiStephen Ansolabehere e Shanto Iyengar, Going Negative: How Political Ads Shrink and Polarize the Electorate, The Free Press, New York, 1995.

iii Christian Salomon, Storytelling. La fabbrica delle storie, Fazi, Roma , 2008.

ivGiuliano Da Empoli, Obama. La politica nell'era di Facebook, Marsilio Editore, Venezia, 2008.

v Joseph Nye, Leadership e potere: hard, soft e smart power, Laterza, Roma-Bari, 2009.

vi Max Weber, Theory of Social and Economic Organization, The Free Press, New York, 1947.

vii Cristian Vaccari, Un'elezione storica? La campagna presidenziale USA 2008, in “Polena”, n.1/2009,.

viii Antonio Sofi, Barack Obama. Dalla tv al web (e ritorno), Apogeo WebZine, 31 Ottobre 2008.

ix Zadie Smith, Speaking in tongues, in “The New York Review Of Books”, 26 Febbraio 2009..

xAristotele, Retorica, Mondadori, Milano, 1996. [Per una ricostruzione della filosofia politica di Aristotele si veda anche Gunther Bien, La filosofia politica di aristotele, Il Mulino, Bologna, 2000.]

xi Mikael Assmundson, Persuading the Public. A Linguistic Analysis of Barack Obama's Speech on “Super Tuesday” 2008, University essay from Högskolan Dalarna, Primavera 2008.

xii Carmine Gallo, How to inspire people like Obama does, in “Business Week”, 3 Aprile 2008.

xiii Oliviero Bergamini, Digital Obama, in “Ácoma”, n.37, Autunno 2008.

xiv Manuel Castells, Galassia Internet, Feltrinelli, Milano, 2001, pag. 261.

xv Gianluca Sadun Bordoni, Il sovrano nella rete. La democrazia nella società informazionale, in “Rivista Internazionale di Filosofia del Diritto”, n.2, aprile/giugno 2004.

xvi Zygmunt Bauman, Modernità liquida, Laterza, Roma-Bari, 2002.

xvii Sheridan Barrett, Open Wide..., in “NewsWeek”, 03 Novembre 2008.

xviii Cristian Vaccari, La comunicazione politica negli USA, Carocci, Roma, 2007, pag. 42.

xix Orlando Patterson, An Eternal Revolution, in “The New York Times”, 07 Novembre 2008.

xx Sara Bentivegna, Politica e nuove tecnologie della comunicazione, Laterza, Roma-Bari, 2002.

xxiHoward Rheingold, Smart Mobs. La rivoluzione prossima ventura, Raffaello Cortina, Milano, 2003.

xxii Gianluca Sadun Bordoni, Il sovrano nella rete. La democrazia nella società informazionale, in “Rivista Internazionale di Filosofia del Diritto”, n.2, aprile/giugno 2004.