Ulrich Beck si è affermato come uno dei più autorevoli sociologi occidentali grazie alla pubblicazione nel 1986 del volume RisikogesellschaftAuf dem Weg in eine andere Moderne. Nel 1999 la sua autorità di “sociologo del rischio” è stata confermata da un secondo volume, World Risk Society, pubblicato a Cambridge e tradotto in varie lingue ma non in tedesco.

Soltanto nel 2007 Beck ha pubblicato in lingua tedesca un testo dedicato al tema della “società globale del rischio”, che ha intitolato Weltrisikogesellschaft. Auf der Suche nach der verlorenen Sicherheit. L’editore Laterza ha prontamente presentato al pubblico italiano questo secondo volume, che ora mi appresto a commentare, col titolo Conditio humana. Il rischio nell’età globale. Le analisi di Beck, come egli ricorda nella premessa al volume, sono state discusse in almeno trenta lingue e hanno suscitato intensi dibattiti nei più disparati ambiti disciplinari: sociologia, scienza politica, diritto, storiografia, filosofia, antropologia e persino ecologia ed engineering. Si è trattato di un dibattito, come sottolinea ancora Beck, di “ampiezza mondiale”.1) Io stesso, anni fa, ho partecipato a questo importante dibattito dialogando direttamente con l’autore.2)

Le tesi sostenute da Beck nelle centinaia di pagine di questo volume richiederebbero un commento forse altrettanto ampio. Ma esigerebbero soprattutto la certezza, da parte del commentatore, di poter vantare una competenza di “ampiezza mondiale”, pari alla vastità e complessità dei temi che in questo testo Beck affronta con sicurezza e, talora, con invidiabile disinvoltura. L’architettura argomentativa e l’articolazione tematica di questo libro sono per certi aspetti preoccupanti, tanti sono i “rischi” – è il caso di dirlo – di non essere in grado di inseguire l’autore nei suoi sofisticati percorsi analitici. Imprudente sarebbe soprattutto il tentativo di fare proprio il lessico e la grammatica del suo linguaggio, orecchiando la “semantica del rischio” che egli propone e finendo così per restare irretiti in un labirinto concettuale che a volte sembra senza confini: una trama apocalittica di dimensioni cosmiche.

L’intenzione di Beck non è di classificare e analizzare tutti i possibili rischi della società mondiale. Egli lascia da parte sia quelli che chiama “vecchi rischi”, come le guerre e gli incidenti industriali, sia le catastrofi naturali, come i terremoti e i maremoti. La sua intenzione è di sviluppare la sua sociologia dei rischi lungo tre prospettive principali: la globalizzazione dei rischi, la loro “messa in scena” comunicativa e la comparazione fra quelle che egli chiama “logiche del rischio”, e cioè le “logiche” dei rischi globali di carattere ecologico, economico e terroristico.

L’obbiettivo generale, apertamente dichiarato da Beck, è di mettere a fuoco le novità di cui una teoria sociologica del rischio oggi deve  tener conto nell’analizzare lo sviluppo dei rapporti internazionali degli ultimi vent’anni. Le novità principali della sua analisi, sottolinea Beck, sono essenzialmente due:  la distinzione fra il  “rischio” e la  “catastrofe” e, di conseguenza, la contrapposizione fra le catastrofi “prodotte da effetti collaterali” e le catastrofi “intenzionali”. Si tratta sostanzialmente della contrapposizione fra i rischi globali di carattere ecologico ed economico, che non dipendono dalla volontà di singoli soggetti o di gruppi organizzati, e i “rischi del terrorismo”, che invece dipendono dalla volontà omicida di organizzazioni clandestine. Ovviamente, i fenomeni sono toto coelo diversi fra loro e tuttavia Beck li associa e li intreccia in un’unica elaborazione teorica. La sintesi è all’insegna della comune dimensione globale di tali fenomeni e dell’eguaglianza di tutti i soggetti umani nella loro universale conditio humana di fronte ai rischi globali. La dinamica della società del rischio, scrive Beck, va molto al di là delle differenze sociali perché i pericoli globali riguardano tutti, persino quelli che li causano.3)

Non è opportuno che in questo breve scritto io tenti di illustrare e commentare le diverse “prospettive” enunciate da Beck e neppure che mi proponga di analizzare, una per una, quelle che egli chiama “logiche del rischio” di carattere ecologico, economico e terroristico. Non sono in grado di rincorrere Beck nella sua analisi di fenomeni così diversi fra loro, una analisi che a mio parere richiederebbe conoscenze specialistiche di altissimo livello, ben oltre le normali competenze di un filosofo della politica. Penso ai problemi ecologici e, ancor di più, a quelli economico-finanziari. Aggiungo che, tutto sommato, ho dei dubbi sull’idea stessa di conditio humana, secondo la quale “tutti siedono  in uno spazio comune di pericoli globali, senza via d’uscita”4). A mio parere l’entità dei rischi e la loro percezione sono di una qualità e di una intensità diversissime non solo fra persona e persona, ma anche fra soggetti umani caratterizzati da differenti condizioni sociali, economiche, culturali, geopolitiche. I rischi economico-finanziari ai quali, poniamo, sono esposti i docenti universitari di una città tedesca sono a mio parere incommensurabili con i rischi che corrono e percepiscono gli abitanti della Striscia di Gaza o i membri dell’etnia Pashtun in Afghanistan o le popolazioni africane che attraversano i deserti del Sahara e il Mediterraneo alla ricerca disperata di una vita migliore.

Mi limiterò qui a illustrare e commentare brevemente una sola “logica del rischio”, quella relativa al fenomeno terroristico, che a mio parere è il tema più ricorrente e innovativo in questo testo di Beck. Cito qui per esteso alcuni passaggi che considero centrali perché  mettono in chiara luce sia la posizione di Beck sul tema specifico, sia, più in generale, la sua sociologia del rischio globale. A parere di Beck

la globalizzazione del pericolo terroristico si esprime anzitutto come la globalizzazione dell’aspettativa di possibili attentati terroristici in ogni punto della terra e in qualsiasi momento. È questa aspettativa ad avere conseguenze profonde per il diritto, per l’apparato militare, per la libertà, per la vita quotidiana delle persone, per la stabilità dell’ordine politico ovunque nel mondo, poiché distrugge le garanzie di sicurezza delle istituzioni di base dello Stato nazionale.5)

In secondo luogo, scrive Beck,  occorre riconoscere che

l’attentatore suicida non si espone ad alcun rischio, poiché la sua azione comporterà sicuramente la sua morte. La deterrenza non lo dissuade. Morendo si rende invincibile. Il suicidio come strumento dell’assassinio di massa e quindi della globalizzazione della sua aspettativa conferisce potere agli impotenti, anzi, per un momento dà loro un potere soverchiante rispetto alla più grande potenza militare della storia. […] Il loro terrore è indiscriminato, cieco e incalcolabile. La minaccia è asimmetrica nel senso più radicale del termine. I terroristi non vogliono ottenere una vittoria, vogliono creare il panico, annullando la grammatica nazionale dell’esercito e della guerra e diffondendo al di là dei confini dello Stato aggredito la condizione antisociale e disumana del terrore.6)

Infine, sostiene Beck con particolare vigore,

sarebbe un errore fatale se l’Occidente favorisse anche soltanto l’impressione che sia il metodo della follia terroristica – e non quello di un illuminismo rinnovato per l’era globale – a porre la questione della giustizia all’ordine del giorno della politica mondiale. Agli occhi dell’opinione pubblica araba spesso l’Occidente equivale alla decadenza culturale e all’imperialismo economico, alla cui arroganza occorre rispondere con l’antimodernità dell’islamismo politico. […]. L’odio per la modernità occidentale è un prodotto dei suoi successi. Il terrorismo è la risposta al fatto che pur essendo diventati da tempo parte dell’Occidente i paesi del Terzo mondo non riescono ad accettare che l’Occidente modelli questo mondo a propria immagine. […] . Mentre nella “guerra virtuale” l’obiettivo [dei bombardamenti aerei, come è avvenuto in Kosovo] è la realizzazione di scopi umanitari, la nuova forma del terrorismo suicida à la Bin Laden mira ad un obiettivo del tutto opposto, ossia colpire la modernità occidentale con i suoi stessi mezzi nel nome di Allah e mettere in scena l’Apocalisse. I cavalieri di Dio, gente che crede di eseguire la volontà di Dio sulla terra, si sono sempre distinti per la loro incredibile brutalità.7)

Ciò che emerge limpidamente da queste citazioni è anzitutto l’approccio generale alla tematica sociologica dei rischi globali caratteristico di Beck. Questo approccio sembra condizionato da una ideologia nello stesso tempo occidentalista e globalista, caratteristica di quelli che Hedley Bull chiamava ironicamente Western globalists. Beck pone la modernità occidentale al centro del mondo e si augura che il mondo intero ne condivida i valori e li consideri fonte irreversibile della civiltà globale. Nonostante il permanente riferimento teorico alla dimensione “globale” dei rischi, è evidente che in Beck la percezione dei rischi – e quindi la teoria dei rischi – ha per epicentro la sua personale visione occidentalista del mondo come intellettuale strettamente legato agli standard del razionalismo illuminista.

Beck non sembra interessato alla  letteratura non occidentale sui temi di cui si occupa e concede spazio e interesse soltanto ad autori di stretta ortodossia occidentalista come Anthony Giddens, David Held, Michael Ignatieff, Niklas Luhmann. Le culture latino-americana, islamica e asiatica sono da lui lasciate ai margini, e questo comporta inevitabilmente una scarsa attenzione alla percezione dei rischi e alla individuazione delle catastrofi che hanno colpito e colpiscono popolazioni non occidentali. Un tema come le guerre di aggressione scatenate nell’ultimo ventennio dalle potenze occidentali e che hanno provocato [e continuano a provocare] centinaia di migliaia di vittime innocenti nei Balcani, in Medio Oriente e nell’Asia centro-meridionale viene appena sfiorato da Beck. Il dramma delle “nuove guerre” viene minimizzato all’insegna della nozione di “guerre da rischio” e cioè di guerre che gli Stati Uniti e i loro alleati hanno condotto con l’obbiettivo di contenere e controllare i “rischi globali” come, appunto, il terrorismo internazionale, la diffusione di armi atomiche, chimiche o biologiche  (l’ovvio riferimento è alle guerre contro l’Afghanistan e contro l’Iraq del 1991 e del 2003). Si tratta, secondo Beck, di “guerre per evitare la guerra”8), e cioè di una politica “lungimirante”, impegnata a tutelare i diritti umani e a ridurre i rischi globali andando molto al di là del diritto internazionale e alla stessa distinzione fra guerra e pace e fra politica interna e politica estera. Nel caso della “guerra umanitaria” della NATO contro la Repubblica Federale Jugoslava – la cosiddetta guerra per la liberazione del Kosovo – voluta nel 1999 dal presidente Clinton, Beck aveva scritto:

Chi crede che gli Stati Uniti fingano di assumere il ruolo di poliziotto mondiale per affermare i propri interessi economici e geopolitici nell’area balcanica non solo fraintende del tutto la situazione, ma non si accorge nemmeno che la politica dei diritti umani è diventata la religione civile degli Stati Uniti, la loro fede in se stessi9).

Anche fenomeni di dimensione globale come, ad esempio, l’estrema povertà di centinaia di milioni di abitanti dell’Africa e dell’Asia, o come  il boom delle istituzioni penitenziarie nel mondo occidentale e in particolare negli Stati Uniti – il passaggio dallo Stato sociale allo “Stato penale” di cui ha scritto Loïc Wacquant10) –, restano ai margini dell’analisi sociologica di Beck. Persino l’imponente fenomeno dei flussi migratori con i gravissimi rischi umanitari e demografici che essi comportano, viene di fatto sminuito di fronte al rischio globale del terrorismo, in modo particolare del terrorismo di matrice islamica. E, circostanza a mio parere ancora più rilevante, Beck non sembra interessato ai gravissimi rischi, sicuramente globali, che derivano non solo e non tanto dalla “proliferazione” delle armi nucleari, quanto dallo loro concentrazione nelle mani della massima potenza mondiale, che destina una quantità crescente di risorse finanziarie al perfezionamento del proprio arsenale militare e in particolare delle armi ad altissimo potenziale distruttivo. Tra queste, accanto alle testate nucleari sempre più raffinate e potenti, ci sono sistemi d’arma e ordigni esplosivi che consentono la militarizzazione dello spazio e inducono altre potenze – in particolare la Cina – ad una crescente concorrenza spaziale. E davvero possibile ritenere che tutto questo non comporti rischi gravissimi per l’umanità intera, probabilmente assai più incombenti del rischio terroristico?

Quanto al terrorismo internazionale come tale, Beck non si impegna in una indagine sociologica del fenomeno, né propone una sua definizione. E ciò sebbene il semantema “terrorismo” sia a tutt’oggi fortemente controverso, come prova l’aspra discussione internazionale nella quale si scontrano punti di vista molto diversi: da una parte la nozione standard occidentale11) e dall’altra quella sostenuta dalla totalità dei paesi arabi e da una larga parte dei paesi africani12). Nello stesso tempo il termine è polemicamente sfruttato sul piano politico, sia per giustificare le guerre di aggressione occidentali, sia per legittimare metodi terroristici nella repressione dei militanti islamici: Guantánamo docet.

Beck non tenta neppure un’indagine sociologica sulle “ragioni” sia del terrorismo in generale, sia del terrorismo di matrice islamica, che di fatto egli identifica tout court con Al Qaeda e con i responsabili della tragedia dell’11 settembre 2001. Egli trascura anche qui l’ampia letteratura che in questi anni ha cercato di indagare sulle cause profonde del fenomeno terroristico e sulle strategie sociali, politiche ed economiche – assai più che militari – che sarebbero necessarie per contenerlo e alla fine dissolvere i rischi che comporta. Ciò che Beck non sembra riconoscere è che il terrorismo di matrice islamica – che ha ferocemente e tragicamente colpito gli Stati Uniti, e non solo – è di fatto una risposta, con l’arma nichilista e disperata del martirio suicida, alle “guerre umanitarie” scatenate dalle potenze occidentali negli ultimi due decenni. Egli aderisce all’idea che il cosiddetto “terrorismo islamico” esprima la volontà di annientare la civiltà occidentale assieme ai suoi valori fondamentali: la libertà, la democrazia, lo Stato di diritto, l’economia di mercato. Al fondo del “terrorismo islamico” che si scatena contro l’Occidente ci sarebbe l’odio teologico dei mujahidin diffuso dalle scuole coraniche. La figura del terrorista islamico è per Beck l’espressione emblematica dell’irrazionalità, del fanatismo e del nichilismo.

Si tratta a mio parere di tesi molto dubbie, come risulta da analisi rigorose della tradizione coranica e in generale della cultura arabo-islamica. Queste analisi hanno mostrato che il martirio nella forma dell’attentato suicida, istishhad, non appartiene alla tradizione coranica della jihad, o “guerra legale”. La jihad bandisce qualsiasi vocazione sacrificale e considera la vita un valore che non deve essere inutilmente o imprudentemente esposto a rischi13). L’istishhad è un fenomeno molto recente, come è recente la nascita del fondamentalismo politico-religioso e dei movimenti “islamisti”. Il fenomeno è piuttosto legato alla nakbah, la catastrofe del mondo arabo-islamico, dovuta alla conquista israeliana della Palestina e alle guerre successive in Medio Oriente che hanno dimostrato la potenza del mondo occidentale e l’estrema fragilità di quello arabo.

Come hanno accertato le ricerche empiriche dello studioso statunitense Robert Pape14), il terrorismo è un fenomeno assai meno irrazionale di quanto si pensi o si voglia far credere. La variabile determinante nella genesi del terrorismo, in primis di quello suicida, non è il fondamentalismo religioso: si tratta in realtà, nella grande maggioranza dei casi, di una risposta collettiva a ciò che viene percepito come uno stato di occupazione militare del proprio paese. E per “occupazione militare” si intende non solo e non tanto la conquista del territorio da parte di truppe nemiche, quanto la presenza invasiva e la pressione ideologica di una potenza straniera che si propone di trasformare in radice le strutture sociali, economiche e politiche del paese occupato. La nozione occidentale di terrorismo, così come circola nelle accademie, nelle ambasciate, nelle corti penali, nelle caserme, nelle carceri occidentali, è dunque condizionata da un pregiudizio anti-islamico e in questi termini è pedissequamente ripetuta dalla maggioranza dei giuristi, dei giudici e dei politici europei  (e in qualche modo è ripetuta anche da Beck)

Un’idea di terrorismo fondata su un’indagine sociologica non ciecamente occidentalista non potrebbe che rovesciare la strategia intellettuale di chi applica l’attributo “terrorista” soltanto ai nemici dell’Occidente, con riferimento quasi esclusivo al mondo islamico e alla tragedia dell’11 settembre. Il termine “terrorista” dovrebbe essere attribuito anzitutto – anche se, certo, non solamente –  a chi scatena guerre di aggressione usando armi di distruzione di massa e facendo strage in modo inevitabile, e quindi consapevolmente, di migliaia di persone innocenti, terrorizzando e devastando interi paesi. Negli ultimi decenni il terrorismo degli aggressori si è invece autogiustificato – ed è stato giustificato – in nome della ricerca della pace, della lotta al global terrorism e della tutela dei diritti umani.

Certo, non si tratta di minimizzare il terrorismo di radice islamica. L’11 settembre non può essere dimenticato. Ma per vincere il terrorismo occorrerebbe anzitutto indagare sulle ragioni che negli anni ottanta del secolo scorso sono state il nucleo generatore del terrorismo suicida in paesi come il Libano e la Palestina e che poi hanno alimentato la sua rapida diffusione in gran parte del mondo islamico, inclusi l’Afghanistan e l’Iraq, dove il terrorismo suicida era sconosciuto prima dell’intervento delle milizie occidentali nei primi anni 2000. In realtà l’attentato suicida è l’ultima risorsa a disposizione di attori molto deboli e poveri che operano in condizioni di totale asimmetria delle forze in campo. È una replica obbligata agli aggressori e agli occupanti che si sottraggono alle prescrizioni del diritto internazionale facendo leva sul loro soverchiante potere politico e militare

Una seria riflessione sociologica sui rischi del terrorismo internazionale non potrebbe negare, all’ombra dei valori della “modernità”, le gravi responsabilità dell’Occidente: dovrebbe piuttosto riconoscere che l’uccisione di un numero incalcolabile di civili e di militari, il bombardamento a tappeto di intere città, l’imprigionamento, la tortura e l’assassinio di centinaia di persone accusate senza prove di essere militanti terroristi, la devastazione della vita quotidiana di milioni di cittadini inermi sono qualcosa di infinitamente più crudele e terrorizzante di quanto il terrorismo internazionale ha fatto sinora e potrà fare in futuro. Le terroriste est en fait un terrorisé, ha scritto Yadh Ben Achour15). Il rischio in assoluto più grave è che l’Occidente continui a “terrorizzare” il mondo islamico e quindi a moltiplicare le repliche terroristiche come è avvenuto a partire dalla guerra del Golfo del 1991 (e come Robert Pape ha rigorosamente documentato). Si tratta di “un rischio globale” dal quale tutti noi vorremmo che la conditio humana venisse immunizzata per sempre.


1) Cfr. U. Beck, Conditio humana. Il rischio nell’età globale, Roma-Bari, Laterza, 2008, p. VII. Altre opere di Beck apparse in lingua italiana sono: U. Beck, Che cos’è la globalizzazione, Roma, Carocci, 1999; U. Beck, La società del rischio, Roma, Carocci, 2000; U. Beck, La società globale del rischio, Trieste, Asterios, 2001; U. Beck, La società cosmopolita. Prospettive dell’epoca postnazionale, Bologna, il Mulino, 2003.

2) Si veda U. Beck, D. Zolo, “Una discussione sulla società globale del rischio”, Reset, 5 (1999), ora anche, in versione italiana ed inglese, in Jura Gentium Journalhttp://www.juragentium.unifi.it, nella rubrica “Guerra, diritto e ordine globale”.


3) Cfr. U. Beck, Conditio humana, cit.,  p. 40.


4) Ivi, pp. 36, 93.


5) Ivi, p. 67.


6) Ivi, pp. 67, 68, 69.


7) Ivi, pp. 176, 236-7.


8) Ivi, pp. 238-9.


9) Cfr. U. Beck, La società cosmopolita, cit., pp. 273-4.


10) Si veda L. Wacquant, Les prisons de la misère, Paris, Editions Raisons d’Agir, 1999, trad. it. Milano, Feltrinelli, 2000.


11) In Occidente una organizzazione è considerata terroristica se è animata da motivazioni ideologiche, religiose o politiche ed è caratterizzata dall’uso indiscriminato della violenza contro una popolazione civile con l’intento di diffondere il panico e di coartare un governo o un’autorità politica internazionale; cfr A. Cassese, Lineamenti di diritto internazionale penale, Bologna, il Mulino, 2005, pp. 162-75.


12) I paesi islamici rifiutano di considerare “terroristico” il ricorso alla violenza, anche nei confronti dei civili, da parte di popoli sottoposti alla aggressione e alla occupazione straniera del proprio paese, come è tipicamente il caso del popolo palestinese e del popolo afghano. I combattenti in questo caso devono essere considerati dei freedom fighters.  Sul tema mi permetto di rinviare ai miei saggi  “Le ragioni del terrorismo”, in D. Zolo, La giustizia dei vincitori, Roma-Bari, Laterza, 2006; e “Una nuova nozione di terrorismo” in Jura Gentium Journal,  http://www.juragentium.unifi.it,nella rubrica “Filosofa e storia del diritto internazionale”.


13) Cfr. A. Persichetti, A. Almarai, La caduta di Baghdad, Milano, Bruno Mondadori, 2006, in particolare alle pp. 159-242.


14) Si veda R. Pape, Dying to Win: The Strategic Logic of Suicide Terrorism, New York, Random House, 2005, trad. it. Bologna, Il Ponte, 2007.


15) Cfr. Y. Ben Achour, Le rôle des civilisations dans le système international, Bruxelles, Bruylant, 2003, p. 240.